Yunus_Conferenza al Digital Life Design 2010, Monaco

febbraio 3, 2010

Conferenza di Muhammad Yunus al DLD_Digital Life Design 2010

The winner of the 2006 Nobel Peace Prize outlines his vision for a new business model that combines the power of free markets with the quest for a more humane world – and tells the inspiring stories of companies that are doing this work today. Over the last two decades, free markets have swept the globe, bringing with them enormous potential for positive change. But traditional capitalism cannot solve problems like inequality and poverty, because it is hampered by a narrow view of human nature in which people are one-dimensional beings concerned only with profit. In fact, human beings have many other drives and passions, including the spiritual, the social and the altruistic. Welcome to the world of social business, where the creative vision of the entrepreneur is applied to today’s most serious problems: feeding the poor, housing the homeless, healing the sick and protecting the planet. “Creating a World Without Poverty” tells the stories of some of the earliest examples of social business, including Yunus’s own Grameen Bank. It reveals the next phase in a hopeful economic and social revolution that is already under way – and in the worldwide effort to eliminate poverty by unleashing the productive energy of every human being.

Letture sul tema

A world without poverty: Social business and the future of capitalism, Muhammad Yunus, Public Affairs, 2008


PPA_aggiornamenti

gennaio 19, 2010

E’ la  seconda mattina di seguito che ho modo di parlare con Pierre via skype.

Si è parlato un po’ del PPA e mi ha aggiornato sulla situazione.

Ieri lui e Dedè sono andati all’ospedale a trovare Landry, il bimbo che si è ustionato un paio di mesi fa. La situazione migliora di giorno in giorno e l’ospedale sarebbe anche pronto a dimetterlo. Pierre è riuscito a convincerli a tenerlo ancora un po’ dato che le ferite sul petto non si sono ancora rimarginate del tutto quindi è necessario che stia in un ambiente il più possibile pulito (cosa che a casa sua non sarebbe garantita).

Buone notizie anche per Tresor e Fabrice, i due fratellini che finalmente hanno trovato un po’ di equilibrio. Ora vivono con una famiglia che si occupa di accudirli e di seguirli negli studi. Dato che la famiglia di trova  a 3-4 case di distanza da quella precedente, la maman che li ha accolti precedentemente riesce a tenersi in contatto con loro.

Ho parlato anche con Lwekia, uno dei ragazzi più grandi del PPA, che frequenta le medie, che da un paio di anni aiuta Pierre con i bambini più piccoli.

E’ molto bello che si sia formato questo gruppo di giovanissimi che coglie la bellezza di quello che stiamo facendo e decide di parteciparvi attivamente. Ora sono impegnati a raccogliere informazioni aggiornate su tutti i bimbi così da avere un quadro completo della situazione.

Alla fine della chiacchierata mi ha chiesto se conserviamo la sua foto..e come no!


R.D.Congo, nuova offensiva militare nel Kivu: civili in fuga

gennaio 10, 2010

per accedere all’articolo originale di peacereporter, clicca qui

La nuova offensiva governativa contro i ribelli Hutu del Kivu lanciata il primo dell’anno dall’esercito congolese e dalle truppe Onu della missione Monuc sta provocando vittime e sfollamenti tra la popolazione civile locale. Lo rivela l’emittente Al Jazeera.
L’operazione ‘Amani Leo’, Pace Oggi, iniziata una settimana fa, si propone di portare a termine in tre mesi l’obiettivo perseguto negli ultimi mesi del 2009 con l’operazione ‘Kimia 2′, ovvero pacificare le regioni montuose dello stato orientale del Kivu dove si nascondono ancora i ribelli hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), responsabili di stragi e violenze contro i locali. L’offenisva militare però, secondo le testimonanze raccolte da Al Jazeera tra gli sfollati in fuga dai combattimenti, sta causando ulteriori sofferenze alla popolazione civile. I profughi fuggono sopratutto dalle sanguinose rappresaglie agli attacchi governativi che i miliziani delle Fdlr compiono nottetempo contro i villaggi. Ma anche le forze governative di Kinshasa sono accusate di abusi, saccheggi e stupri contro i civili.
Al centro dell’infinita guerra del Congo rimane la contesa per lo sfruttamento minerario di questa regione ricca di giacimenti di minerali preziosi. Contesa che riguarda in primis i Paesi della regione (Congo, Ruanda e Uganda), ma che vede sullo sfondo le grandi multinazionali occidentali.


imola-bukavu-belgio in videoconferenza skype

gennaio 10, 2010

Secondo esperimento di videoconferenza skype  e di nuovo la sensazione di essere tutti in un’unica stanza

noi a Imola, Justin e i ragazzi a Bukavu, Erica in Belgio.

E’ stato emozionante rivedere Justin , Pierre, Dede, Eloi, Blaize e poter condividere con loro gli obbiettivi per il 2010.

E’ talmente bello e diretto che dobbiamo riuscire a trasformare questo canale in una pratica consueta di incontro, anche con le nostre realtà locali e le scuole


Landry e la rete…epilogo

gennaio 7, 2010

ricordate la storia di Landry, il bimbo del PPA che si è ustionato gravemente?

il pacco dei medicinali forniti dall’Ospedale di Cesena, reparto gravi ustionati, grazie alla sensibilità del Primario e dei suoi collaboratori che si sono presi a cuore la nostra storia, è arrivato a Bukavu  :)

Le condizioni di Landry sono migliorate: ha iniziato a camminare e i le ustioni sul viso si sono cicatrizzate. Le ferite su collo e torace sono in via di guarigione.

Padre Giovanni Querzani, Saveriano a Bukavu, ci ha fornito la sua casella di posta e si è assicurato che il pacco fosse recapitato a Pierre che poi l’ha portato a Landry.

Un grazie a tutta la rete

in ordine di apparizione: Pierre (Bukavu), noi (Imola),  Aldo (Bologna), Beatrice (San Marino), Primario Ospedale reparto gravi ustioni (Cesena), Padre Querzani (Brisighella – Bukavu), Pierre (Bukavu)

E’ incredibilmente bello pensare come si possano attivare persone così distanti per un obbiettivo comune


Associazione Mamans Neo Apostoliquet

gennaio 5, 2010
I beneficiari del microcredito del Centro Kitumaini – Bukavu

La nostra Asociazione è composta da 50 membri, siamo arrivati ad
avere una relazione col Centro Kitumaini perché siamo
un’associazione di donne povere e vulnerabili, composta per la
maggior parte da vedove. Ci hanno concesso crediti che ci
permettono di lavorare. Diamo i crediti a turno a gruppi di 5 membri,
quando un gruppo di donne ha terminato di rimborsare, diamo il
credito successivo ad un altro gruppo, in modo che tutte riusciamo a
lavorare. I soldi che guadagniamo ci permettono di pagare da
mangiare e gli studi per i nostri figli e, cosa ancora più importante,
le cure mediche. Abbiamo iniziato con piccole attività artigianali, a
cui cerchiamo di partecipare tutte: alcune di noi si occupano della
produzione e altre della vendita

Il sapone

Una delle attività che svolgiamo è la fabbricazione del sapone: quando riceviamo un credito una dei
nostri membri va alla fabbrica di sapone e compra gli scarti della lavorazione (500 franchi per 1 kg).
Quando arriva a casa inizia a tagliarli col coltello in piccolissimi pezzi e li mette in una pentola. Mette la
pentola sul fuoco e mescola fino a che il contenuto non diventa liquido. Compra anche del colore blu che,
insieme ad un po’ di acqua, aggiunge nella pentola. A parte ha dei contenitori in legno, in cui versa la
pasta, per dare la forma ai saponi. Quando la pasta si è raffreddata la toglie dai contenitori e con dei
fili inizia a tagliare i blocchi in stecche più piccole, che poi andrà a vendere al mercato, tagliandole
ancora in pezzi più piccoli, in base alle necessità delle clienti. Da 10 kg di scarti escono circa 40 pezzi di
sapone, e ognuno viene venduto in media a 200 franchi, meno caro di quelli che escono dalla fabbrica.
Le stoffe colorate
Un’altra attività è la produzione di ‘paignes’, stoffe colorate. 1 rotolo di tessuto neutro costa 35 dollari, ed è fatto da

7 ‘pezzi’ di stoffa, della misura necessaria per confezionare un vestito da donna. Ogni ‘paigne’ viene venduto a 10 dollari.
Per farli, acquistiamo tessuti bianchi; pieghiamo la stoffa e la leghiamo con piccoli cordoncini in modo da preparare i disegni che desideriamo o che ci richiedono i clienti. Bisogna stringere bene in modo che il colore non entri dove si lega.
Fuori prepariamo il fuoco e l’acqua calda. Per ogni 20 litri d’acqua aggiungiamo 5 cucchiaini di soda caustica e 10
cucchiai di idrosolfato che servono per fissare i colori.
Lo facciamo all’aria aperta e usiamo guanti e maschere perché la soda caustica è molto tossica. A questo punto aggiungiamo i colori in polvere, monocolore o misti, 10 cucchiai. La stoffa viene bagnata, poi messa nei catini.
Con i guanti apriamo le pieghe e lì il tessuto prende il colore.
Mettiamo tutto nel pentolone con l’acqua calda, e quando inizia a bollire, rimescoliamo con un bastone di legno. Alla
fine apriamo il tessuto, togliendo tutti i lacci, lo sciacquiamo in acqua fredda e pulita e lo mettiamo ad asciugare.
Dopo ogni lavorazione, sia per la colorazione delle stoffe che per la produzione del sapone, dobbiamo bere un bicchiere di latte, a causa dei prodotti tossici con cui entriamo in contatto.
Le borse

Tra le piccole attività artigianali che volgiamo c’è anche la fabbricazione di borse. Ad esempio utilizziamo la plastica degli imballaggi di vestiti che vengono dall’Europa; per fare la seconda mettiamo invece della plastica sopra un intreccio di pezzi di cartone. Impieghiamo circa due giorni per fare una borsa, e la vendiamo a 5 dollari.

Il Tangawizi

Alcune di noi producono anche una bevanda locale, il Tangawizi: è un succo che viene utilizzato anche come analgesico, ad esempiocontro il dolore alla schiena o le emorroidi. C’è un tipo di tubero che si chiama tangawizi, che qui da noi cresce tutto l’anno, lo andiamo ad acquistare in Rwanda, ne servono 10 kg per fare 48 bottiglie di succo. Una volta comprato il prodotto si lava, poi bisogna spremerlo con una macchina apposita e pressarlo. C’è un posto dove hanno questa macchina, e noi pagando possiamo andare ad utilizzarla. Per ogni 5 litri di succo devono essere aggiunti 20 litri d’acqua, poi bisogna fare bollire tutto ed aggiungere 10 kg di zucchero; deve bollire per un’ora al massimo. Oltre a questo dobbiamo comprare le bottiglie di vetro (le compriamo in Burundi) ed i tappi, che quindi per noi è un altro costo. Dopo avere chiuso le bottiglie con un apposito attrezzo, possiamo venderle: ogni bottiglia la vendiamo a 250 franchi congolesi.

Con quello che guadagnamo dalle nostre attività fino ad ora non abbiamo avuto problemi a rimborsare i crediti. Ci sono tante persone però che ne avrebbero bisogno, il problema è proprio l’accesso ai soldi. Noi chiederemmo anche crediti più consistenti, per potere ammortizzare di più i costi e guadagnare un po’ di più. Quello che riusciamo a guadagnare ora è per la sopravvivenza. Nella nostra Associazione c’è un sistema di contribuzione: ogni mese ogni socia versa 1 dollaro nella cassa dell’Associazione: anche con questi soldi si producono dei beni e le donne che in quel momento non stanno beneficiando dei crediti si incaricano della vendita e si dividono i guadagni. Alcune mettono da parte qualcosa quando hanno i crediti per potere continuare l’attività anche dopo. L’Associazione è nata nel 2001, con 10 persone. Ad oggi sono 49 (una è morta). La spesa di adesione, che si paga all’inizio, una volta sola, è di 1 dollaro, ma è facoltativa e in base alle possibilità, c’è anche chi versa 3-4 dollari. Si tratta di donne vedove e comunque povere. Grazie a queste quote abbiamo potuto anche pagare le spese per il funerale della socia che è morta. Se i crediti fossero maggiori potremmo fare dei gruppi più grandi, anche di 10-15 membri. Abbiamo un piccolo sistema anche per recuperare gli interessi: abbiamo delle piccole commissioni, con un membro responsabile di recuperare i crediti, che li riporta alla tesoriera; la tesoriera fa il rapporto alla presidentessa e ai membri del comitato, che danno l’autorizzazione a versare la quota al Centro Kitumaini.


1E e 1C Liceo scientifico Rambaldi-Valeriani

gennaio 5, 2010

- Se ognuno di noi nel nostro piccolo interiore fà un passo, una conquista, poi si muoverà qualcosa come un effetto di tante mani che si stringono, e che, partendo dall’ io percorrono una strada insieme -

Oggi scrivendovi mi viene da pensare a questa frase, che spesso si dice, e che, posso dire è  realtà. Partendo dalla mia, e nostra, esperienza di realizzare il percorso Bukavu, nata dalla conoscenza, e dall’ aver adottato un bimbo come segno tangibile di aiuto, si è poi arrivati con una serie di incontri e presentazioni nelle scuole, a cercare di sensibilizzare altri ragazzi con la speranza di portare avanti il progetto, che riteniamo formativo e forte, da ambo i lati – dentro e fuori di noi -

Abbiamo incontrato ragazzi e ragazze entusiaste di partecipare intensamente al percorso di unione Imola – Bukavu, che si potrebbe anche estendere Africa  – Europa. Cosi due classi prime - 1°E e 1°C Liceo Scientifico -  hanno deciso, con un gesto molto significativo e forte, di adottare anche loro altri due bimbi. Questo è la dimostrazione che, se mossi da sincerità e amore, da cosa nasce cosa; portando a una serie di gesti su gesti che non possono altro che spostare il problema sempre più verso una sua risoluzione, e in concreto,ad un aiuto, oggi, di tale valore da far fatica a descriverlo.

Queste giovani classi compiendo questo gesto hanno ascoltato l’ entusiasmo del cuore e so per certo che col passare della loro crescita ne renderà a loro in termini di cosapevolezza e crescita spirituale. E per le loro vite. Come uomini e come donne.

Da una piccola cosa ne è nata un’ altra piccola, in silenzio, proprio come cerchi nell acqua che si ricreano,all’ infinito. Da qui sino a li.

1C_Liceo scientifico Rambaldi-Valeriani

1E_Liceo scientifico Rambaldi-Valeriani


Imola-Bukavu, 5500km annullati da skype

gennaio 4, 2010

Per la prima volta siamo riusciti a lavorare assieme come se fossimo nella stessa stanza!

Tutto è partito dalla necessità di fare il bilancio dell’attività del microcredito del 2008-2009.

E’ necessario mettere insieme la conoscenza di dati e attività sul luogo che hanno i ragazzi di Bukavu con le nostre conoscenze gestionali e informatiche.

In pratica: i ragazzi ci hanno inviato i dati che hanno raccolto, noi gli abbiamo mandato un foglio di calcolo da testare per poter sistematizzare i dati

Il programma era che loro andassero in un internet point a scaricare i files per poterli commentare assieme in un secondo momento al telefono. Per fortuna non ci sono stati problemi di connessione.

Ci siamo dati un  appuntamento telefonico il pomeriggio.

Con nostra grande sorpresa , poco prima dell’appuntamento, abbiamo ricevuto una telefonata di Justin che diceva: “ci stiamo collegando via skype”

Justin è l’unico del gruppo ad avere internet a casa e ha messo a disposizione il collegamento.

Abbiamo cominciato a fare le prove audio, poi siamo passati al video e, con grande soprpresa, funzionava tutto e riuscivamo a vederci e parlare come se la distanza non ci fosse.

Quando sono arrivati gli altri ragazzi è partita una videoconferenza. Riuscivamo a lavorare guardando lo stesso file, spiegando o commentando in viva voce dati e formule anche complesse.

Siamo riusciti a lavorare insieme, 4 là, 2 qui, dandoci obbiettivi per concreti di sviluppo di questo lavoro  :)

Ne abbiamo approfittato anche per motivi extra-lavorativi…i ragazzi di bukavu hanno conosciuto il neonato di Giorgio ancor prima di qualche amico imolese!


Ushuahidi | testimone

gennaio 3, 2010

What is Ushahidi? from Ushahidi on Vimeo.

Hshuahidi è un sito molto interessante che associa le Google Maps ad articoli/segnalazioni che vengono fatte dagli utenti a inviate al sito tramite e-mail o sms. per accedere clicca qui

ushaidi, che significa testimone in swahili, nasce come sito per mappare i report di violenze in Kenya dopo le elezioni del 2008.

A seguito degli attuali scontri in Congo, ha deciso di aprire la sua piattaforma a questa regione

Lo abbiamo utilizzato anche noi per segnalare l’assassinio dell’amico giornalista Didace Namujimbo circa un anno fa. Questa piattaforma, unita alla diffusione della telefonia cellulare in Congo, è uno straordinario strumento di condivisione di informazioni che difficilmente sarebbero riportate sui media tradizionali.


Informatici senza frontiere

gennaio 3, 2010

per accedere all’articolo originale su repubblica.it, clicca qui

Dall’Africa all’Abruzzo, storia di un’associazione che porta internet dove più ce n’é bisogno: negli ospedali, nelle carceri e in mezzo al deserto di GIULIA BELARDELLI

ROMA - Un computer e una connessione a internet possono cambiare la vita: forse non salvarla, ma renderla migliore sicuramente sì. Ne sono fortemente convinti i 180 soci di Informatici Senza Frontiere, onlus che dal 2005 opera nel settore informatico per portare un aiuto concreto a chi vive in situazioni di emarginazione e difficoltà. L’associazione è nata da un gruppo di manager veneti che hanno deciso di mettere le proprie conoscenze al servizio di una missione ben precisa: combattere il digital divide in tutte le sue forme, in Italia e all’estero, dagli ospedali alle carceri, dai luoghi del terremoto in Abruzzo a un piccolo centro di microcredito in Madagascar. Con risultati che possono “toccare il cuore”, racconta il presidente dell’associazione, Girolamo Botter.

L’associazione Informatici Senza Frontiere. Il quartier generale della onlus è in Veneto, a Treviso, ma negli anni sono state aperte delle sezioni in varie regioni d’Italia: in Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia, Calabria e nel Lazio. Oltre ai soci fondatori, fanno parte dell’associazione numerosi volontari, tra cui soprattutto informatici e programmatori, ma anche esperti del marketing e della comunicazione. Fianco a fianco, o più spesso con la mediazione del computer, queste persone “lavorano” nel loro tempo libero per cercare di sanare lo spreco di tecnologia nei paesi sviluppati: hardware erroneamente ritenuto rotto o obsoleto, conoscenze informatiche inutilizzate, software a costo zero in grado di automatizzare piccole operazioni quotidiane. Il tutto in stretta collaborazione con le aziende e il mondo accademico, nella convinzione che tutti, dal manager di successo allo studente unviersitario, possano giocare un ruolo importante nella battaglia contro l’isolamento tecnologico.


I progetti in Africa.
“Una delle soddisfazioni più grandi – spiegailpresidente Girolamo Botter – l’abbiamo ottenuta con il software Open Hospital, sviluppato internamente da noi in collaborazione con gli allievi dell’Istituto Tecnico Volterra di San Donà di Piave. Si tratta di un sistema informatico in grado di facilitare le operazioni gestionali quotidiane di piccoli ospedali, dalle cartelle cliniche alla fornitura di medicinali”. Un aiuto grandissimo in zone povere e isolate, dove spesso tutto avviene con carta e penna da una tenda da campo.

Il software è stato installato e implementato in un ospedale di Angal, nel nord dell’Uganda, e in un piccolo ospedale di Matiri, nel Kenya, dove alcuni volontari volano periodicamente per controllare che tutto funzioni correttamente e che il personale medico sappia come usare il computer. L’attrezzatura tecnica – pc, stampanti, modem e tutto il resto – viene spesso comprata sul posto, così da evitare danni durante il trasporto e soprattutto contribuire allo sviluppo dell’economia locale. Dopo il successo di queste esperienze pilota, il sistema è stato installato in diverse altre realtà ospedaliere in Kenya, Afghanistan, Benin e Congo.