Soldati angolani in Nord Kivu La prova in un video di Nigrizia

novembre 22, 2008

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ROMA – I soldati angolani stanno combattendo da settimane nel Nord Kivu, in Congo, a fianco delle truppe governative contro i ribelli del generale filoruandese Nkunda. Le voci circolano da tempo, insieme all’allarme per un preoccupante allargamento del conflitto che sta devastando la regione nord-orientale del Congo, ma finora il presidente Joseph Kabila e quello angolano José Eduardo Dos Santos hanno ufficialmente smentito. Ora una conferma arriva tramite un video esclusivo pubblicato sul sito di Nigrizia.

Il filmato è stato girato con una telecamera nascosta da un giornalista e da un fotografo italiani che operano in zona, e documenta la presenza di soldati angolani nella zona di Kibati, 15 km a nord di Goma, la capitale del Nord Kivu.

Il fotografo, che dice di essere brasiliano con ascendenze angolane, conversa dalla macchina con i soldati angolani che, in portoghese fluente, spiegano di trovarsi in Nord Kivu da tre settimane e di aver preso parte a combattimenti a fianco delle Fardc, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo. Sono inoltre veterani che hanno combattuto durante la guerra d’Angola nelle file dell’esercito regolare dell’ MPLA, contro i ribelli dell’UNITA del defunto Jonas Savimbi. I soldati consigliano al fotografo e al giornalista italiani di lasciare la zona perché lì si trova il fronte dei combattimenti con i ribelli di Nkunda, a poche centinaia di metri di distanza.
Le forze armate angolane, alleate fedeli della Repubblica Democratica del Congo, sono già intervenute a sostegno del governo di Kinshasa durante la guerra regionale del 1998-2003 nell’ex Zaire. Due settimane fa, funzionari delle Nazioni Unite denunciarono la presenza dei soldati angolani a fianco di quelli governativi nelle vicinanze di Goma.


Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d’assedio

novembre 10, 2008

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Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d'assedio

Rifugiati a Kibati

GOMA – L’Angola nega ufficialmente di avere suoi soldati nel Congo. Ma non esclude di poterli inviare in futuro se la situazione, come sembra, dovesse degenerare. Il tema, come era prevedibile, si è imposto al vertice di Johannesburg che il presidente sudafricano Rgalema Motlanthe ha convocato in mattinata subito dopo il fallimento di quello di Nairobi. Il Congo brucia, ma è tutta la regione che rischia di trasformarsi in un incendio incontrollabile.

L’Unione africana è preoccupata. In Kenya non si è deciso nulla, se non richiedere, per l’ennesima volta, la cessazione delle ostilità e l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere la popolazione civile. Ma sul terreno gli scontri proseguono. Piccole scaramucce, con i ribelli e i soldati dell’esercito regolare congolese che si scrutano a poche centiania di metri. I primi arroccati sulle colline che precedono la catena del Misisi e al nord, a Rutshuru; i secondi dietro i blocchi, le sbarre, i posti di controllo, i bidoni e i sassi piazzati all’entrata e all’uscita della città.

Goma vive un’atmosfera d’assedio. La gente va e viene, cammina, si affretta, quasi corre facendo le cose che fa tutti i giorni. Ma con la paura dentro, l’incertezza, la consapevolezza che qualcosa prima o poi accadrà. Sente soprattutto l’assenza di una guida centrale. A Kinshasa, tra militari e potere politico si è aperta una frattura. La smacco subìto dieci giorni fa dai ribelli di Nkunda ha ferito orgogli e provocato frustrazioni tra gli alti ufficiali congolesi.

In mattinata si è aperto un nuovo fronte di guerra. Per sei ore i ribelli del generale Nkunda hanno respinto un attacco delle milizie Mai-Mai, ormai entrate anche loro ufficialmente nel conflitto, e quelle degli interhamwe degli estremisti hutu. L’esercito congolese le ha mandate in avanscoperta, restando a vigilare sui blocchi che ha piazzato attorno alla città. I soldati della Monuc sostano nelle piazze a bordo dei loro carri armati, rafforzano le postazioni sparpagliate nella regione; le ong hanno ripreso a lavorare ma tra mille difficoltà e ostacoli. Non riescono a raggiungere tutti gli sfollati. Enormi campi rifugiati sono sorti un po’ ovunque, interrotti da terre di nessuno, lunghe 5-600 metri dove i ribelli e i soldati si fronteggiano, piazzando nelle trince e su muri di terra le mitragliatrici pesanti.

Alle prime luci dell’alba è scattato l’attacco. Ma per la prima volta a sud. A Ngugu, quella che viene considerata la porta di accesso al Kivu meridionale, dove sorge Bukavu, già conquistata simbolicamente da Nkunda nel 1996, all’inizio della sua ribellione. Le milizie Mai-mai e quelle degli estremisti hutu del Fdlr hanno inziato a bombardare con i mortai le postazioni dei ribelli del Cndp. Nkunda ha risposto al fuoco. La gente si è trovata in mezzo e almeno centomila persone, dice l’Onu, hanno iniziato a fuggire verso nord, verso Goma.

La notizia è arrivata al vertice di Johannesburg. Il presidente Motlanthe ha interrotto i lavori, ha giudicato gravissima la situazione nel Kivu, ha esortato tutti a interrompere le ostilità e ad affrontare i nodi del conflitto. E’ preoccupato anche della situazione in Zimbabwe: da sei mesi è paralizzato da una trattiva che non trova sbocchi. Mugabe non molla. Accetta di farsi da parte ma vuole i ministeri chiave del futuro governo: Difesa, Interno e Finanze. Il leader dell’opposizione Tsvangirai protesta; è diventato primo ministro non ha la forza necessaria per imporsi.

Motlanthe ha chiesto anche questa volta responsabilità. Si rende conto, come tutta l’Unione africana, che l’intero Continente ribolle di tensioni e conflitti regionali. Il Congo potrebbe trascinare nel conflitto l’Angola, seguita dallo Zimbabwe e potrebbe far reagire il Ruanda, con il Burundi, la Tanzania, l’Uganda. La miccia brucia al centro, nel Kivu, e lo stallo provocato da Mugabe ne accende altre a est.

L’Onu ha chiesto ai suoi 6 mila caschi blu schierati attorno a Goma di difendere con ogni mezzo la città. L’Unione europea ha bocciato l’idea di spedire un altro contigente sul posto. Ma preme sul piano politico-diplomatico. Con una mossa che rischia di accendere altre tensioni: la Germania ha arrestato il capo del protocollo del presidente ruandese Rose Kabuje. Era colpita da un ordine di cattura internazionale spiccato dal giudice francese Jean Louis Bruguiere. Il magistrato l’accusa, assieme allo stesso presidente Paul Kagame, di responsabilità nel genocidio del 1994. Un provvedimento che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Kigali.

(9 novembre 2008)


In Congo si è ripreso a combattere Nel conflitto anche truppe dell’Angola

novembre 10, 2008

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Colpi di mortaio e di armi leggere nei pressi di Kibati, a pochi chilometri da un grande campo profughi

KIBATI – La situazione in Congo è sempre più esplosiva. Sono ripresi i combattimenti fra i ribelli di Laurent Nkunda e le forze governative congolesi vicino a Goma, il capoluogo del Nord Kivu, nel nord est della Repubblica democratica del Congo. Anche le truppe dell’Angola sono entrate nel conflitto congolese. Ufficiali delle Nazioni Unite hanno infatti riferito che truppe angolesi stanno combattendo al fianco dei soldati della Repubblica Democratica del Congo contro i ribelli di Laurent Nkunda nell’est del Paese. I combattimenti, con scambio di colpi di mortaio e di armi leggere, sono divampati nei pressi di Kibati (circa sette km a nord di Goma), a pochi chilometri da un grande campo profughi. Gli scontri hanno seminato il panico fra i rifugiati in attesa di ricevere cibo dal Pam, il Programma alimentare mondiale, dell’Onu, e migliaia di persone si sono date alla fuga verso Goma.

LIBERATO IL GIORNALISTA BELGA – Nel frattempo è stato liberato Thomas Scheen, il giornalista belga corrispondente del quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” rapito martedì scorso. Lo ha confermato il ministero degli Esteri tedesco, precisando che il 43enne Scheen, e i suoi due assistenti locali sono in salvo nelle mani della Monuc, la missione di caschi blu dell’Onu. Il quotidiano tedesco aveva riferito mercoledì scorso che il corrispondente era stato catturato mentre si trovava tra due fronti in combattimento nella regione orientale. Altre fonti avevano indicato che Scheen era stato sequestrato in una zona in cui sono in corso gli scontri tra le milizie Mai-Mai e le forze ribelli guidate dal generale Laurent Nkunda.

L’ONU: «RISCHIO DI ESTENSIONE DEL CONFLITTO» – Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto che il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) minaccia di estendersi a tutta la regione dei Grandi laghi africani, in un summit internazionale sulla crisi in corso a Nairobi, aggiungendo «che la comunità internazionale non può consentirlo». «La recente offensiva militare del CNDP (ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo, dell’ex generale congolese Laurent Nkunda) ha radicalmente aggravato la situazione, causato serie conseguenze umanitarie, e precipitato una volta di più l’est del paese in una fase di crisi», ha commentato il segretario dell’Onu. «È un momento critico per la regione dei Grandi laghi, per l’Africa intera. Dobbiamo lasciare il ciclo di violenza alle nostre spalle»


In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

novembre 9, 2008

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dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

Profughi nella zona di Goma
GOMA – Ci sono anche reparti di soldati angolani e dello Zimbabwe nelle zone del conflitto in corso nel Nord del Kivu. Nei giorni scorsi erano circolate voci che denunciavano la presenza di gruppi armati stranieri. Ma come accade in ogni guerra, soprattutto africana, era difficile distinguere la nazionalità di chi combatteva o imbracciava un’arma. Le divise si cambiano e si gettano. Anche per evitare ritorsioni. Il fronte da queste parti è mobile. Cambia quasi ogni giorno. Ma stamane è arrivata una conferma autorevole: è stata l’Onu, attraverso i suoi portavoce, a riferire di aver raccolto prove sempre più convincenti sulla presenza, a fianco delle truppe dell’esercito regolare della Rdc, di soldati di Luanda e di Harare.

Alcuni militari angolani sono stati segnalati vicino al confine con il Ruanda, ma a un centinaio di chilometri da Goma, quindi nella parte più a nord del Kivu. La cosa non è stata confermata dalle autorità di Kigali impegnate a restare fuori dal conflitto, pur seguendo con molta apprensione quanto accade a due passi da casa. L’Angola è tradizionalmente legata al Congo. Per origini storiche, quando le sua parte settentrionale apparteneva al regno del Congo. Per affinità di interessi, visto che sono in molti a voler sfruttare l’enorme quantità di risorse minerali del paese. Ma l’arrivo sulla scena di consiglieri di altri eserciti è considerato, da molti osservatori, un segnale allarmante. Si rischia davvero di estendere il conflitto.

Il vertice di Nairobi non ha prodotto risultati rilevanti. E’ stato un incontro interlocutorio. Ma è servito a riassumere i nodi del contenzioso. Di fronte alle posizioni concilianti ma rigide sui torti e sulle ragioni dei diversi attori coinvolti nello scenario dei Grandi Laghi, al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon non è rimasto altro che chiedere un forte impegno internazionale. “Il conflitto in corso nel Nord del Kivu”, ha annunciato davanti ai giornalisti, “rischia di allargarsi e di incendiare tutta la regione. Ci sono 250 mila sfollati ridotti allo stremo che non hanno assistenza e soccorso. I continui scontri attorno e a nord di Goma impediscono il lavoro delle organizzazioni internazionali. Chiediamo di nuovo l’apertura di un corridoio umanitario e la creazione di isole che tutelino la popolazione civile”.

Le Nazioni unite accusano gli uomini del generale Laurent Nkunda del massacro di decine di civili. Alcuni caschi blu sono riusciti a raggiungere il villaggio di Kiwanja, 80 chilometri a nord di Goma, dove giovedì scorso c’era stata una furibonda battaglia. Conquistato dai ribelli del generale, il villaggio era stato poi attaccato dalle milizie dei Mai-Mai, da sempre nemici dei tutsi jomba, alla quale appartiene Nkunda e schierati al fianco dell’esercito congolese. I soldati dell’Onu hanno scoperto 11 fosse comuni con dentro 26 corpi, tra miliziani e civili. Il portavoce del Cnlp, Bertrand Bisimwa, non nega la circostanza. “Ci sono stati molti scontri, con armi anche pesanti. Abbiamo respinto l’assalto dei Mai-Mai e come sempre accade in questi frangenti la popolazione civile è rimasta tra due fuochi”. Ma Bisimwa smentisce, nel modo più categorico, come ritiene l’Onu, che ci sia stato un rastrellamento nel villaggio e un’esecuzione dei civili sospettati di parteggiare per i Mai-Mai.

Difficile distinguere, provare, denunciare in situazioni come queste. Le guerre, da sempre, sono tratteggiate da orrore, violazione di diritti umani, torture, soprusi, angherie. A pagarne il prezzo sono i civili. Il dramma riguarda loro. Donne, vecchi e bambini che resistono come possono, vagando di campo in campo, rifugiandosi spesso nelle foreste per sfuggire alle battaglie, svuotando i villaggi che vengono regolarmente saccheggiati e dati alle fiamme.

La forte presa di posizione del segretario generale dell’Onu è arrivata dopo una serie di colloqui bilaterali al vertice di Nairobi. Oltre a Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Sudafrica e Unione africana, erano presenti per la prima volta i due protagonisti della crisi: il presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo omologo della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila. I due non si parlano da due anni, da quando la ribellione del generale Nkunda, ex ufficiale dell’esercito della Rdc, si è allargata al nord del Kivu. Kabila, figlio di Laurent Desirè Kabila, un personaggio di spicco del movimento di liberazione degli anni Settanta, poi assassinato in un attentato a Kinshasa, accusa il Ruanda di appoggiare indirettamente i ribelli del Cndp. Cosa che Kigali nega recisamente, sostenendo che l’attuale conflitto è una questione interna al Congo.

All’origine della guerra, quasi ininterrotta dal 1996, c’è la presenza delle milizie hutu interhawne del Fdlr, il Fronte democratico di liberazione del Ruanda. Si tratta di decine di migliaia di rifugiati fuggiti in Congo dopo aver partecipato attivamente al genocidio in Ruanda di un milione di tutsi e moderati hutu. Sistemati in enormi tendopoli, lungo il confine est del Congo, hanno vissuto in condizioni difficili e precarie. La maggioranza era composta da civili. Gente che aveva paura delle ritorsioni per il solo fatto di essere hutu. Ma consapevoli che le milizie della loro stessa etnia, anche queste presenti nei campi di rifugiati, si erano macchiate di massacri spaventosi. Per un paio d’anni, gli interhawne si sono abbandonati ad altre violenze e si sono accaniti soprattutto nei confonti dei congolesi di etnia tutsi che vivono nel Kivu. Dopo anni di guerriglia sotterranea, il genarale Nkunda decide si mettersi alla testa dei cogolesi tutsi. Lascia l’esercito regolare e si rifugia nel Kivu. Il conflitto riprende con scontri sempre più violenti. Fino al 2007 quando, sotto l’egida dell’Onu, viene firmato un accordo: il Congo si impegna a disarmare tutte le milizie presenti sul posto (tra le quali i famigerati Mai-Mai, che ieri hanno rilasciato un giornalista belga preso in ostaggio per due giorni), il Ruanda a far rientrare la popolazione hutu fuggita.

Nel vertice di venerdì questo aspetto è stato riaffrontato e i due ministri degli esteri di Congo e Ruanda si sono rinfacciati le responsabilità del fallimento. Crescono le critiche anche nei confronti della Moduc, la missione Onu in Congo. E’ infuriata la popolazione locale che non si sente difesa, sono insofferenti gran parte degli Stati dei Grandi Laghi. “Si spendono miliardi di dollari, sono presenti 17 mila caschi blu”, ci diceva stamani il ministro dell’Informazione di Kigali, Louise Mushikiwabo. “E’ il più grande impegno delle Nazioni Unite. Eppure è stato fatto ben poco. Basta poco per spegnere l’incendio: bisogna applicare gli accordi di due anni fa. Disarmare tutte le milizie presenti nella regione, risolvere il problema del Fdlr, protagonisti del genocidio del 1994, rendere più trasparenti i contratti minerari per l’estrazione di materie prime”.

L’Onu ha intenzione di chiedere una modifica delle regole d’ingaggio dei caschi blu. Più interventi armati, maggiore libertà nelle reazioni. Ma vuole anche conservare la sua posizione equidistante e reagire solo nei casi estremi. Una posizione difficile. Quasi una trappola. Che ha portato alle dimissioni, appena due mesi dopo la nomina, del comandante spagnolo Vincente Diaz di Villegas. Al suo posto è stato chiamato un senegalese, il generale Babacar Gaye.

(8 novembre 2008)


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