Congo, l’inferno nel nostro corpo – Lo stupro una strategia di guerra

febbraio 6, 2009

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«Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, l’est della Repubblica Democratica del Congo.

Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti. Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse – mentre scriviamo – già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le milizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruandese del ’94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, combattenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l’esercito regolare.

Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l’esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri inferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro problema? » si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall’immobilismo di Kinshasa e da sempre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l’antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne».

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare.

Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l’agenzia dell’Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vittime di stupro dal 98, ma quelle che tacciono per vergogna sarebbero molte di più.

«È un femminicidio: gli stupri aumentano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli attacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno bisogno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, Action Aid ha fondato un movimento femminile che a novembre, durante l’assedio di Nkunda, ha riempito lo stadio al grido “stop aux viols”. E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all’est del Congo, l’Onu, quando l’anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali.

Ma per ora, qui, domina l’impunità: «Con i militari si può solo segnalare l’esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvocatessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimonianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione». Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l’aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo piccolo Oliver: «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L’anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare “uccidetemi!”». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l’ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall’alba al tramonto, gettata tra i banani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L’ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore».

Emanuela Zuccalà


Congo, milize Mai-Mai liberano 85 bambini soldato

febbraio 4, 2009

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L’Unicef spera di riuscire a ottenere la liberazione di almeno 1.500 bambini
“Un totale di 85 bambini dai 7 ai 17 anni sono stati liberati nei giorni scorsi dalle milizie Mai-mai”, ha annunciato Veronique Taveau, portavoce dell’Unicef.

La liberazione è avvenuta nella zona del Nord Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, teatro di sanguinosi scontri tra esercito governativo e milizie ribelli. La liberazione degli 85 bambini è avvenuta gradualmente: “Un primo gruppo di 65 minorenni, tra i quali due bambine, sono stati liberati giovedì. Altri 20, tra i quali tre bambine, sono stati liberati domenica. Tutti erano affamati, traumatizzati e spaventati” e adesso sono stati trasferiti a Goma, presso un centro di smobilitazione dell’Unicef. E’ partita la ricerca dei familiari dei bambini liberati, ma la Taveau ha sottolineato che si tratterà di un “processo lungo e lento”. L’azione dell’Unicef per ottenere la liberazione di altri bambini soldato andrà avanti: “Speriamo di poter ottenere la liberazione di un numero significativo, circa 1.500 bambini”. Le stime ufficiali delle Nazioni Unite parlano di almeno duemila bambini in mano alle milizie nel Nord Kivu.


Ban Ki-moon chiede inchiesta su uccisione giornalista

novembre 26, 2008

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Didace Namujimbo era reporter di una radio dell’Onu 

Goma, 25 nov. (Ap) – Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto un’inchiesta indipendente sull’uccisione di Didace Namujimbo, un reporter dell’emittente dell’Onu, Radio Okapi, colpito alla schiena e al collo da colpi di arma da fuoco venerdì sera fuori dalla sua casa a Bukavu, la capitale del sud del Kivu.

La sua morte “mette in luce ancora una volta la profonda insicurezza che regna nella Repubblica Democratica del Congo, particolarmente per i giornalisti il cui lavoro li rende particolarmente vulnerabili” ha detto Ban in un comunicato.

Namujimbo aveva ampiamente lavorato sulla notizia della morte di un suo collega di Radio Okapi, Serge Maheshe, ucciso in circostanze simili nel giugno 2007. Lo ha spiegato a Reporters sans frontiers il direttore dell’emittente, Leonard Mulamba.

Il tribunale, che ha condannato tre persone per l’uccisione di Maheshe non è stato però in grado di determinare se il giornalista sia stato ammazzato per il lavoro che svolgeva o meno. Tuttavia esperti legali, nazionali e non, hanno trovato irregolarità nelle procedure legali.

La domanda ora è se Didace Namujimbo sia stato ucciso dalle stesse persone. Un portavoce delle Nazioni Unite Madnodje Mounoubai ha spiegato che Namujimbo – 34 anni, sposato e con due figli – non aveva mai ricevuto minacce di morte. I suoi killer hanno portato con sè il cellulare della vittima ma non i soldi o il computer.

Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha spiegato che Namujimbo è il quinto giornalista congolese ucciso dal 2005. “L’impunità per violenza contro i media è più una regola che un’eccezione in Congo” ha detto Tom Rhodes, del comitato con sede a New York che nel 2007 ha classificato il Congo uno dei paesi peggiori in termini di libertà di stampa. 


Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d’assedio

novembre 10, 2008

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Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d'assedio

Rifugiati a Kibati

GOMA – L’Angola nega ufficialmente di avere suoi soldati nel Congo. Ma non esclude di poterli inviare in futuro se la situazione, come sembra, dovesse degenerare. Il tema, come era prevedibile, si è imposto al vertice di Johannesburg che il presidente sudafricano Rgalema Motlanthe ha convocato in mattinata subito dopo il fallimento di quello di Nairobi. Il Congo brucia, ma è tutta la regione che rischia di trasformarsi in un incendio incontrollabile.

L’Unione africana è preoccupata. In Kenya non si è deciso nulla, se non richiedere, per l’ennesima volta, la cessazione delle ostilità e l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere la popolazione civile. Ma sul terreno gli scontri proseguono. Piccole scaramucce, con i ribelli e i soldati dell’esercito regolare congolese che si scrutano a poche centiania di metri. I primi arroccati sulle colline che precedono la catena del Misisi e al nord, a Rutshuru; i secondi dietro i blocchi, le sbarre, i posti di controllo, i bidoni e i sassi piazzati all’entrata e all’uscita della città.

Goma vive un’atmosfera d’assedio. La gente va e viene, cammina, si affretta, quasi corre facendo le cose che fa tutti i giorni. Ma con la paura dentro, l’incertezza, la consapevolezza che qualcosa prima o poi accadrà. Sente soprattutto l’assenza di una guida centrale. A Kinshasa, tra militari e potere politico si è aperta una frattura. La smacco subìto dieci giorni fa dai ribelli di Nkunda ha ferito orgogli e provocato frustrazioni tra gli alti ufficiali congolesi.

In mattinata si è aperto un nuovo fronte di guerra. Per sei ore i ribelli del generale Nkunda hanno respinto un attacco delle milizie Mai-Mai, ormai entrate anche loro ufficialmente nel conflitto, e quelle degli interhamwe degli estremisti hutu. L’esercito congolese le ha mandate in avanscoperta, restando a vigilare sui blocchi che ha piazzato attorno alla città. I soldati della Monuc sostano nelle piazze a bordo dei loro carri armati, rafforzano le postazioni sparpagliate nella regione; le ong hanno ripreso a lavorare ma tra mille difficoltà e ostacoli. Non riescono a raggiungere tutti gli sfollati. Enormi campi rifugiati sono sorti un po’ ovunque, interrotti da terre di nessuno, lunghe 5-600 metri dove i ribelli e i soldati si fronteggiano, piazzando nelle trince e su muri di terra le mitragliatrici pesanti.

Alle prime luci dell’alba è scattato l’attacco. Ma per la prima volta a sud. A Ngugu, quella che viene considerata la porta di accesso al Kivu meridionale, dove sorge Bukavu, già conquistata simbolicamente da Nkunda nel 1996, all’inizio della sua ribellione. Le milizie Mai-mai e quelle degli estremisti hutu del Fdlr hanno inziato a bombardare con i mortai le postazioni dei ribelli del Cndp. Nkunda ha risposto al fuoco. La gente si è trovata in mezzo e almeno centomila persone, dice l’Onu, hanno iniziato a fuggire verso nord, verso Goma.

La notizia è arrivata al vertice di Johannesburg. Il presidente Motlanthe ha interrotto i lavori, ha giudicato gravissima la situazione nel Kivu, ha esortato tutti a interrompere le ostilità e ad affrontare i nodi del conflitto. E’ preoccupato anche della situazione in Zimbabwe: da sei mesi è paralizzato da una trattiva che non trova sbocchi. Mugabe non molla. Accetta di farsi da parte ma vuole i ministeri chiave del futuro governo: Difesa, Interno e Finanze. Il leader dell’opposizione Tsvangirai protesta; è diventato primo ministro non ha la forza necessaria per imporsi.

Motlanthe ha chiesto anche questa volta responsabilità. Si rende conto, come tutta l’Unione africana, che l’intero Continente ribolle di tensioni e conflitti regionali. Il Congo potrebbe trascinare nel conflitto l’Angola, seguita dallo Zimbabwe e potrebbe far reagire il Ruanda, con il Burundi, la Tanzania, l’Uganda. La miccia brucia al centro, nel Kivu, e lo stallo provocato da Mugabe ne accende altre a est.

L’Onu ha chiesto ai suoi 6 mila caschi blu schierati attorno a Goma di difendere con ogni mezzo la città. L’Unione europea ha bocciato l’idea di spedire un altro contigente sul posto. Ma preme sul piano politico-diplomatico. Con una mossa che rischia di accendere altre tensioni: la Germania ha arrestato il capo del protocollo del presidente ruandese Rose Kabuje. Era colpita da un ordine di cattura internazionale spiccato dal giudice francese Jean Louis Bruguiere. Il magistrato l’accusa, assieme allo stesso presidente Paul Kagame, di responsabilità nel genocidio del 1994. Un provvedimento che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Kigali.

(9 novembre 2008)


In Congo si è ripreso a combattere Nel conflitto anche truppe dell’Angola

novembre 10, 2008

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Colpi di mortaio e di armi leggere nei pressi di Kibati, a pochi chilometri da un grande campo profughi

KIBATI – La situazione in Congo è sempre più esplosiva. Sono ripresi i combattimenti fra i ribelli di Laurent Nkunda e le forze governative congolesi vicino a Goma, il capoluogo del Nord Kivu, nel nord est della Repubblica democratica del Congo. Anche le truppe dell’Angola sono entrate nel conflitto congolese. Ufficiali delle Nazioni Unite hanno infatti riferito che truppe angolesi stanno combattendo al fianco dei soldati della Repubblica Democratica del Congo contro i ribelli di Laurent Nkunda nell’est del Paese. I combattimenti, con scambio di colpi di mortaio e di armi leggere, sono divampati nei pressi di Kibati (circa sette km a nord di Goma), a pochi chilometri da un grande campo profughi. Gli scontri hanno seminato il panico fra i rifugiati in attesa di ricevere cibo dal Pam, il Programma alimentare mondiale, dell’Onu, e migliaia di persone si sono date alla fuga verso Goma.

LIBERATO IL GIORNALISTA BELGA – Nel frattempo è stato liberato Thomas Scheen, il giornalista belga corrispondente del quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” rapito martedì scorso. Lo ha confermato il ministero degli Esteri tedesco, precisando che il 43enne Scheen, e i suoi due assistenti locali sono in salvo nelle mani della Monuc, la missione di caschi blu dell’Onu. Il quotidiano tedesco aveva riferito mercoledì scorso che il corrispondente era stato catturato mentre si trovava tra due fronti in combattimento nella regione orientale. Altre fonti avevano indicato che Scheen era stato sequestrato in una zona in cui sono in corso gli scontri tra le milizie Mai-Mai e le forze ribelli guidate dal generale Laurent Nkunda.

L’ONU: «RISCHIO DI ESTENSIONE DEL CONFLITTO» – Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto che il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) minaccia di estendersi a tutta la regione dei Grandi laghi africani, in un summit internazionale sulla crisi in corso a Nairobi, aggiungendo «che la comunità internazionale non può consentirlo». «La recente offensiva militare del CNDP (ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo, dell’ex generale congolese Laurent Nkunda) ha radicalmente aggravato la situazione, causato serie conseguenze umanitarie, e precipitato una volta di più l’est del paese in una fase di crisi», ha commentato il segretario dell’Onu. «È un momento critico per la regione dei Grandi laghi, per l’Africa intera. Dobbiamo lasciare il ciclo di violenza alle nostre spalle»


«Prenderemo Kinshasa, via i corrotti»

novembre 9, 2008

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Laurent Nkunda, 41 anni, noto per la sua ferocia: «C’è un patto segreto, il presidente ha venduto il Paese ai cinesi»

DAL NOSTRO INVIATO

KIROLIRWE (RDC) – Conosciuto come un mostro che appende alla cintura il pene dei nemici uccisi in battaglia, dipinto come un combattente sanguinario che non teme di ammazzare con le proprie mani chi gli si schiera contro, il generale congolese ribelle, Laurent Nkunda, 41 anni, scende dalla sua baracca con il bastone di comando ornato da un’aquila d’argento per il sentiero cha collega la sua abitazione alla palazzina semi diroccata dove alloggiano i suoi ospiti. Siamo a Kirolirwe, in quella che era un’azienda agricola a meno di cento chilometri da Goma e a 2100 metri d’altezza.

Per raggiungere il quartier generale di Nkunda, capoluogo del Nord Kivu, ci vogliono più di cinque ore. Le piogge torrenziali hanno devastato la pista tra le montagne. E poi ci sono i posti di blocco governativi, l’ultimo dei quali è difficile superare. Per passare la notte occorre essere attrezzati: il pavimento per letto, un materassino gonfiabile e una zanzariera portatile. Se si scorda la coperta sono guai: il freddo è pungente. Il prato è il bagno e la doccia una chimera. Ma il latte e il formaggio che vengono offerti agli ospiti sono eccellenti. L’ex fattoria in cui il generale ha trovato la sua provvisoria dimora apparteneva a una famiglia italiana: i Merlo.
Il generale arriva sorridente, divisa è linda e stirata alla perfezione, stivali che sembrano calzati per la prima volta, e manifesta subito il desiderio di scrollarsi di dosso la fama di sanguinario criminale.

«Noi non ammazziamo a sangue freddo nessuno, non saccheggiamo e non stupriamo. Se scopriamo che qualcuno dei nostri ha commesso questi crimini lo puniamo. In realtà spesso sono gli stessi civili che regolano i conti tra di loro, magari sono i vicini di capanna: saccheggiano, stuprano, ammazzano. La differenza tra la disciplina dei miei uomini e quella dei governativi è evidente». Effettivamente ai posti di blocco dell’esercito i soldati reclamano sempre soldi o sigarette. A quelli del CNDP (il Congrès National puor la Défense du Pueple, di Nkunda) nessuno osa chiedere un regalo o una mancia. «Ci accusano di feroci massacri e la diplomazia crede ciecamente a quello che gli dice il governo. Così è difficile trovare una soluzione politica. Noi diciamo che a massacrare la gente sono gli alleati dell’esercito: le milizie tribali mai-mai e gli irregolari dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) che il governo arma e foraggia».

Al vertice di Nairobi, ieri, è stato proposto un cessate il fuoco generale.
«Noi l’abbiamo dichiarato una settimana fa e se è stato violato non è colpa nostra. Ci hanno attaccato e abbiamo risposto. La nostra buona fede è data dal fatto che abbiamo accettato la richiesta di aprire corridoi umanitari per aiutare la popolazione civile».

Voi avete proposto negoziati diretti con il governo in cambio della pace.
«Tutti credono che parlare con il Ruanda sia sufficiente. Ma il Ruanda non ci rappresenta. Anzi siamo in lite perché abbiamo chiesto l’aiuto di Kigali senza ottenerlo, pur essendo anch’essa minacciata dall’FDLR, di cui chiediamo il disarmo. I ruandesi hanno ottenuto le loro concessioni e sono contenti così. Gli accordi di pace di dicembre sono stati applicati per la parte che riguardava il business ma non per quella che interessava di più alla popolazione».

Che succede se nei prossimi giorni continueranno a non parlare con voi?
«Conquisteremo Goma e poi arriveremo fino a Kinshasa. Ma prima cercheremo fino all’ultimo una soluzione politica. Non vogliamo la guerra. Siamo pronti a parlare con un mediatore neutrale, ma se non ci sarà altra scelta dovremo combatterla».

Una delle molle che ha fatto scattare la guerra a fine agosto è stata la notizia di un megacontratto con la Cina. Concessioni per sfruttare le ricchezze minerarie del Congo, in cambio di 9 miliardi di dollari in infrastrutture.
«È pura follia. Prima di tutto nessuno conosce approfonditamente i termini dell’accordo: né il ministro della pianificazione, né quello del bilancio. È un patto segreto tra il presidente Joseph Kabila e alcune aziende private cinesi. Com’è possibile ciò?».

Nkunda balza in piedi e si fa portare una lavagna (che ci faccia una lavagna in una casa diroccata in mezzo alla giungla è un mistero) e con il gesso disegna la mappa del Congo. Poi con un cerchio indica le aree più ricche e la ferrovia e l’autostrada che le dovrebbero attraversare, opere che – tra le altre cose – dovrebbero costruire i cinesi. La strada ferrata parte dal Katanga e arriva al mare, l’autostrada attraversa le miniere di Maniema e finisce a Kisangani, sul fiume Congo che dall’’ex Stanleyville comincia a essere navigabile.
«Le due arterie strada e l’autostrada servono solo per trasportare i minerali assegnati ai cinesi, fuori dal Paese. Nessun vantaggio per la popolazione. Si parla anche, come contentino, di ospedali e scuole, ma che senso ha senza medici e medicinali e senza insegnanti e libri? Quell’accordo dev’essere cancellato perché non va a beneficio della gente, ma solo di qualche esponente del governo. Consegna il Paese alla Cina che potrà sfruttarlo senza controllo. È il puro frutto del malaffare e della corruzione».

L’elezione di Barak Obama in America avrà influenza sul Congo?
«Macché. Io ho studiato anche comunicazione e per comunicare qualcosa bisogna che l’interlocutore ascolti. I dirigenti congolesi non vogliono dar retta a nessuno che possa cambiare il loro comportamenti e i loro interessi. Questi non sono al servizio del popolo e della nazione, ma di se stessi. Li cacceremo».

Massimo A. Alberizzi
08 novembre 2008(ultima modifica: 09 novembre 2008)


In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

novembre 9, 2008

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dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

Profughi nella zona di Goma
GOMA – Ci sono anche reparti di soldati angolani e dello Zimbabwe nelle zone del conflitto in corso nel Nord del Kivu. Nei giorni scorsi erano circolate voci che denunciavano la presenza di gruppi armati stranieri. Ma come accade in ogni guerra, soprattutto africana, era difficile distinguere la nazionalità di chi combatteva o imbracciava un’arma. Le divise si cambiano e si gettano. Anche per evitare ritorsioni. Il fronte da queste parti è mobile. Cambia quasi ogni giorno. Ma stamane è arrivata una conferma autorevole: è stata l’Onu, attraverso i suoi portavoce, a riferire di aver raccolto prove sempre più convincenti sulla presenza, a fianco delle truppe dell’esercito regolare della Rdc, di soldati di Luanda e di Harare.

Alcuni militari angolani sono stati segnalati vicino al confine con il Ruanda, ma a un centinaio di chilometri da Goma, quindi nella parte più a nord del Kivu. La cosa non è stata confermata dalle autorità di Kigali impegnate a restare fuori dal conflitto, pur seguendo con molta apprensione quanto accade a due passi da casa. L’Angola è tradizionalmente legata al Congo. Per origini storiche, quando le sua parte settentrionale apparteneva al regno del Congo. Per affinità di interessi, visto che sono in molti a voler sfruttare l’enorme quantità di risorse minerali del paese. Ma l’arrivo sulla scena di consiglieri di altri eserciti è considerato, da molti osservatori, un segnale allarmante. Si rischia davvero di estendere il conflitto.

Il vertice di Nairobi non ha prodotto risultati rilevanti. E’ stato un incontro interlocutorio. Ma è servito a riassumere i nodi del contenzioso. Di fronte alle posizioni concilianti ma rigide sui torti e sulle ragioni dei diversi attori coinvolti nello scenario dei Grandi Laghi, al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon non è rimasto altro che chiedere un forte impegno internazionale. “Il conflitto in corso nel Nord del Kivu”, ha annunciato davanti ai giornalisti, “rischia di allargarsi e di incendiare tutta la regione. Ci sono 250 mila sfollati ridotti allo stremo che non hanno assistenza e soccorso. I continui scontri attorno e a nord di Goma impediscono il lavoro delle organizzazioni internazionali. Chiediamo di nuovo l’apertura di un corridoio umanitario e la creazione di isole che tutelino la popolazione civile”.

Le Nazioni unite accusano gli uomini del generale Laurent Nkunda del massacro di decine di civili. Alcuni caschi blu sono riusciti a raggiungere il villaggio di Kiwanja, 80 chilometri a nord di Goma, dove giovedì scorso c’era stata una furibonda battaglia. Conquistato dai ribelli del generale, il villaggio era stato poi attaccato dalle milizie dei Mai-Mai, da sempre nemici dei tutsi jomba, alla quale appartiene Nkunda e schierati al fianco dell’esercito congolese. I soldati dell’Onu hanno scoperto 11 fosse comuni con dentro 26 corpi, tra miliziani e civili. Il portavoce del Cnlp, Bertrand Bisimwa, non nega la circostanza. “Ci sono stati molti scontri, con armi anche pesanti. Abbiamo respinto l’assalto dei Mai-Mai e come sempre accade in questi frangenti la popolazione civile è rimasta tra due fuochi”. Ma Bisimwa smentisce, nel modo più categorico, come ritiene l’Onu, che ci sia stato un rastrellamento nel villaggio e un’esecuzione dei civili sospettati di parteggiare per i Mai-Mai.

Difficile distinguere, provare, denunciare in situazioni come queste. Le guerre, da sempre, sono tratteggiate da orrore, violazione di diritti umani, torture, soprusi, angherie. A pagarne il prezzo sono i civili. Il dramma riguarda loro. Donne, vecchi e bambini che resistono come possono, vagando di campo in campo, rifugiandosi spesso nelle foreste per sfuggire alle battaglie, svuotando i villaggi che vengono regolarmente saccheggiati e dati alle fiamme.

La forte presa di posizione del segretario generale dell’Onu è arrivata dopo una serie di colloqui bilaterali al vertice di Nairobi. Oltre a Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Sudafrica e Unione africana, erano presenti per la prima volta i due protagonisti della crisi: il presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo omologo della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila. I due non si parlano da due anni, da quando la ribellione del generale Nkunda, ex ufficiale dell’esercito della Rdc, si è allargata al nord del Kivu. Kabila, figlio di Laurent Desirè Kabila, un personaggio di spicco del movimento di liberazione degli anni Settanta, poi assassinato in un attentato a Kinshasa, accusa il Ruanda di appoggiare indirettamente i ribelli del Cndp. Cosa che Kigali nega recisamente, sostenendo che l’attuale conflitto è una questione interna al Congo.

All’origine della guerra, quasi ininterrotta dal 1996, c’è la presenza delle milizie hutu interhawne del Fdlr, il Fronte democratico di liberazione del Ruanda. Si tratta di decine di migliaia di rifugiati fuggiti in Congo dopo aver partecipato attivamente al genocidio in Ruanda di un milione di tutsi e moderati hutu. Sistemati in enormi tendopoli, lungo il confine est del Congo, hanno vissuto in condizioni difficili e precarie. La maggioranza era composta da civili. Gente che aveva paura delle ritorsioni per il solo fatto di essere hutu. Ma consapevoli che le milizie della loro stessa etnia, anche queste presenti nei campi di rifugiati, si erano macchiate di massacri spaventosi. Per un paio d’anni, gli interhawne si sono abbandonati ad altre violenze e si sono accaniti soprattutto nei confonti dei congolesi di etnia tutsi che vivono nel Kivu. Dopo anni di guerriglia sotterranea, il genarale Nkunda decide si mettersi alla testa dei cogolesi tutsi. Lascia l’esercito regolare e si rifugia nel Kivu. Il conflitto riprende con scontri sempre più violenti. Fino al 2007 quando, sotto l’egida dell’Onu, viene firmato un accordo: il Congo si impegna a disarmare tutte le milizie presenti sul posto (tra le quali i famigerati Mai-Mai, che ieri hanno rilasciato un giornalista belga preso in ostaggio per due giorni), il Ruanda a far rientrare la popolazione hutu fuggita.

Nel vertice di venerdì questo aspetto è stato riaffrontato e i due ministri degli esteri di Congo e Ruanda si sono rinfacciati le responsabilità del fallimento. Crescono le critiche anche nei confronti della Moduc, la missione Onu in Congo. E’ infuriata la popolazione locale che non si sente difesa, sono insofferenti gran parte degli Stati dei Grandi Laghi. “Si spendono miliardi di dollari, sono presenti 17 mila caschi blu”, ci diceva stamani il ministro dell’Informazione di Kigali, Louise Mushikiwabo. “E’ il più grande impegno delle Nazioni Unite. Eppure è stato fatto ben poco. Basta poco per spegnere l’incendio: bisogna applicare gli accordi di due anni fa. Disarmare tutte le milizie presenti nella regione, risolvere il problema del Fdlr, protagonisti del genocidio del 1994, rendere più trasparenti i contratti minerari per l’estrazione di materie prime”.

L’Onu ha intenzione di chiedere una modifica delle regole d’ingaggio dei caschi blu. Più interventi armati, maggiore libertà nelle reazioni. Ma vuole anche conservare la sua posizione equidistante e reagire solo nei casi estremi. Una posizione difficile. Quasi una trappola. Che ha portato alle dimissioni, appena due mesi dopo la nomina, del comandante spagnolo Vincente Diaz di Villegas. Al suo posto è stato chiamato un senegalese, il generale Babacar Gaye.

(8 novembre 2008)


ushahidi | testimone

novembre 8, 2008

Vi segnalo un sito molto interessante che associa le Google Maps ad articoli/segnalazioni che vengono fatte dagli utenti a inviate al sito tramite e-mail o sms. per accedere clicca qui

ushaidi, che significa testimone in swahili, nasce come sito per mappare i report di violenze in Kenya dopo le elezioni del 2008.

ora, a seguito degli attuali scontri in Congo, ha deciso di aprire la sua piattaforma a questa regione

rdc ushahidi





Nell’inferno di Goma la città dei bimbi perduti

novembre 5, 2008

link all’articolo originale

http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_05/congo_emergenza_bambini_6cde1fda-aaef-11dd-8f4b-00144f02aabc.shtml

GOMA – All’imbrunire, intorno alle 6 di sera, Goma, capitale del Nord Kivu, nel Congo orientale, diventa spettrale. Le strade si svuotano completamente. Non c’è un lampione a rischiararle e le sole luci vengono dai cinque o sei fetenti alberghi dove si rintanano i visitatori, giornalisti, funzionari delle Nazioni Unite e qualche businessman piombato qui come un avvoltoio a vendere probabilmente una partita d’armi. La città è devastata: in centro negozi con le porte di ferro letteralmente sventrate e gli interni devastati. Colpiti – come sarebbe immaginabile – non i negozi di generi alimentari, ma soprattutto quelli che vendono telefonini, gadget elettronici, biciclette e motorini. Segno che i soldati sbandati che hanno razziato la città, non erano poveracci affamati in cerca di cibo, ma rapinatori che hanno approfittato della mancanza di autorità per colpire. Ora l’abitato è stata ripreso in mano dai governativi ma resta circondato dalle truppe del generale ribelle Laurent Nkunda Batware.

Nonostante la tregua unilaterale dichiarata da Nkunda, ottanta chilometri più a nord, a Rutchru, ieri sono ripresi violenti i combattimenti. «Questo vuol dire altri sfollati in arrivo che si aggiungeranno ai 200 mila scappati negli ultimi giorni e ai due milioni che vagano da oltre dieci anni», protesta il doganiere che ieri ci ha accolto al posto di frontiera con il Ruanda a poche centinaia di metri dal centro di Goma. Gli uomini di Nkunda sono stati attaccati dalle milizie tribali filogovernative mai-mai. I loro guerrieri vengono addestrati tra un misto di magia nera, misticismo africano e fanatismo religioso. Prima di andare in battaglia si preparano con riti propiziatori; si spalmano il corpo con un unguento sacro che – secondo i loro capi – li rende immortali. Così le pallottole una volta che toccano il loro corpo si trasformeranno in acqua. Mai-mai significa acqua, appunto.

A subire le più gravi conseguenza della catastrofe umanitaria sono, come sempre, le donne e i bambini. La prime violentate, i secondi abbandonati e spesso recrutati con la forza dai belligeranti. “Ieri abbiamo rintracciato ben 37 ragazzini fuggiti da casa per entrare nelle file dei mai-mai – racconta Jaya Murthy che lavora all’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia – . O forse non erano fuggiti, ma semplicemente separati dalle famiglia e sono caduti facilmente nelle grinfie delle milizie che gli lavano il cervello. Hanno tra gli otto e i dodici anni. Alcuni di loro erano già stati salvati in precedenza e sottratti alla guerra”. “Nell’ultima settimana – continua Murthy – più di centomila persone, e di queste 60 per cento bambini. hanno abbandonato le loro case. Si sono aggiunti ai 250 mila scappati negli ultimi due mesi. Vagano per il nord Kivu senza acqua potabile e senza cure mediche. E’ difficile localizzarli. Non sappiamo neppure dove siano. Sappiamo però che la loro condizione è disperata. Ci sono centinaia di bambini intrappolati. Separati dalle famiglie vagano senza meta ma soprattutto senza cibo e bevono l’acqua che trovano, sporca o inquinata. C’è il rischio che non facciano in tempo a imparare a sopravvivere in queste condizioni”. Le malattie sono in agguato le organizzazioni umanitarie temono che possa scoppiare da un momento all’altro un epidemia di morbillo, di colera o di malaria, patologie che anche senza l’emergenza falciano ogni hanno la vita di decine di migliaia di piccoli. “Ma temiamo un’altra cosa – conclude Murthy -. I bambini sfollati senza famiglia, affamati e disperati possono essere facilmente sfruttati, violentati o reclutati da gruppi armati. Quello che sta accadendo”.

In Congo l’anno scolastico era appena cominciato e in Kivu è stato bruscamente interrotto, esattamente come l’ottobre dell’anno scorso. Giulia Pigliucci, del Vis (Volontariato per lo Sviluppo), incalza: “Qui c’è una generazione di bambini che non hanno più sentimenti. Sono i figli del genocidio del 1994. A 14 anni molti di loro sono stati costretti ad andare in guerra. Come cresceranno? Se questi ragazzi avranno dei figli saranno capaci di dargli un cuore”. Giulia conferma anche il pericolo di epidemie. “Nel nostro centro sono stipati un migliaio di profughi e tra i ragazzini abbiamo una dozzina di casi di presunto colera”. Clio Van Cauter, che segue l’ufficio stampa di Medici Senza Frontiere a Goma, ammonisce: “E’ imperativo garantire la sicurezza della popolazione altrimenti continuerà a scappare e noi a cercarla. Occorre cibo, acqua pulita, medicinali, coperte, tende”. Poi continua: “Abbiamo potuto contare 69 casi di colera attorno a Goma e 20 a Kitchanga Vicino Rutshuru abbiamo registrato ogni giorno dai 5 ai 10 casi”. Sul piano militare sembra che la Monuc (la missione delle Nazioni Unite in Congo forte di 17 mila uomini di cui 6000 in Nord Kivu, la regione di Goma) non abbia ancora nessuna intenzione di intervenire. In un comunicato uno dei suoi comandanti, Alain Le Roy, in visita a Goma, ieri ha specificato che il mandato dei caschi blu e di proteggere i civili e sostenere la politica dell’esercito per disarmare le forze ribelli. “Non è nostro compito – ha concluso – difendere le città”. Una dichiarazione che ha lasciato sorpresi. “Come si difendono gli abitanti di una città se non si difende la città?”, si è chiesto sconsolato il doganiere che ha chiuso i suoi uffici dopo aver fatto passare i giornalisti, ultimi viandanti (la frontiera si passa a piedi) diretti a Goma”.

Massimo A. Alberizzi malberizzi@corriere.it


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