R.D.Congo, nuova offensiva militare nel Kivu: civili in fuga

gennaio 10, 2010

per accedere all’articolo originale di peacereporter, clicca qui

La nuova offensiva governativa contro i ribelli Hutu del Kivu lanciata il primo dell’anno dall’esercito congolese e dalle truppe Onu della missione Monuc sta provocando vittime e sfollamenti tra la popolazione civile locale. Lo rivela l’emittente Al Jazeera.
L’operazione ‘Amani Leo’, Pace Oggi, iniziata una settimana fa, si propone di portare a termine in tre mesi l’obiettivo perseguto negli ultimi mesi del 2009 con l’operazione ‘Kimia 2′, ovvero pacificare le regioni montuose dello stato orientale del Kivu dove si nascondono ancora i ribelli hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), responsabili di stragi e violenze contro i locali. L’offenisva militare però, secondo le testimonanze raccolte da Al Jazeera tra gli sfollati in fuga dai combattimenti, sta causando ulteriori sofferenze alla popolazione civile. I profughi fuggono sopratutto dalle sanguinose rappresaglie agli attacchi governativi che i miliziani delle Fdlr compiono nottetempo contro i villaggi. Ma anche le forze governative di Kinshasa sono accusate di abusi, saccheggi e stupri contro i civili.
Al centro dell’infinita guerra del Congo rimane la contesa per lo sfruttamento minerario di questa regione ricca di giacimenti di minerali preziosi. Contesa che riguarda in primis i Paesi della regione (Congo, Ruanda e Uganda), ma che vede sullo sfondo le grandi multinazionali occidentali.


Arrestati due leader radicali hutu «Responsabili di stupri e crimini»

novembre 19, 2009

Ignace Murwanashyka e il suo vice in manette in Germania. Erano a capo della guerriglia ruandese.

Per leggere l’articolo del Corriere della Sera, clicca qui


WOMEN ARE HEROES

novembre 6, 2009

La violenza alle donne in tempo di guerra, è successo anche a Bukavu, ha l’obbiettivo di annientarle come persone, e con esse, il legante del tessuto sociale.

In Kenia, Soudan, Sierra-Leone, Liberia, le violenze subite dalle donne durante i conflitti armati africani sono l’espressione più estrema di discriminazione della quale sono vittime in tempo di pace.

Andando a incontrarle, JR testimonia la loro forza, il loro coraggio: vivere prima, per esistere poi.

Per vedere l’estratto del film, clicca  qui , poi video, poi play

 


Congo, la nuova guerra ora si combatte per i pc

agosto 11, 2009

per accedere all’articolo originale su www.repubblica.it clicca qui

C’ erano una volta i diamanti insanguinati, resi famosi da Leonardo di Caprio e dal suo Blood Diamond: pietre preziose estratte dalle miniere di paesi africani devastati da guerre e conflitti interni che, dopo un giro neanche troppo lungo di intermediari, finivano al dito delle donne più belle del mondo. Anni di lavoro delle organizzazioni non governative – e la potenza Hollywood – contribuirono ad accendere i riflettori su quella realtà e a rendere più restrittive le norme sul commercio delle pietre. Ora però scoppia un caso simile, ma un film in aiuto non è ancora arrivato. A finire nel mirino degli attivisti questa volta sono una serie di minerali – soprattutto coltan e cassiterite – che, una volta trattati, diventano componenti fondamentali per il funzionamento di computer, cellulari e anche di alcuni tipi di lampadine. Molte di queste materie prime provengono dal paese africano che più di tutti gli altri vanta un sottosuolo ricco, la Repubblica democratica del Congo. Lo stesso paese da anni al centro di una durissima guerra civile che a più riprese ha coinvolto anche le nazioni vicine. Un rapporto dell’ organizzazione non governativa Global Witness, pubblicato nei giorni scorsi, punta il dito contro alcuni dei colossi mondiali del commercio di materie prime come la Thaisarco (controllata dal gruppo metallifero britannico Amc), l’ inglese Afrimex e la belga Trademet: per anni queste società- insieme ad altre, per un totale di 240 imprese coinvolte – avrebbero consapevolmente intrattenuto rapporti commerciali con i gruppi della guerriglia del Congo e con parti dell’ esercito dedite a traffici illeciti, acquistando materie prime provenienti da miniere controllate dai combattenti. I profitti sarebbero serviti per finanziare l’ acquisto di armi e quindi ad aggravare la violenza nel paese. Nelle miniere – in particolare quelle della zona del Kivu, dove i combattimenti sono più aspri – sarebbero state costrette a lavorare centinaia di persone ridotte in condizioni di schiavitù e costantemente minacciate di morte. «Le società dicono che fanno affari solo con esportatori dotati di licenza, ma sanno benissimo che i loro intermediari comprano da gruppi armati. I governi non impongono alle multinazionali di assumersi le proprie responsabilità. Il Burundi e il Ruanda non bloccano il commercio che passa attraverso le loro frontiere. I paesi donatori e i diplomatici non ritengono di dover dare risposte specifiche alla questione del commercio di minerali. Tutto ciò ha portato al prolungamento di un conflitto che ha già ucciso milioni di individui e ne ha resi molti di più profughi», accusa Patrick Alley, direttore di Global Witness. Alla pubblicazione del rapporto i gruppi coinvolti hanno risposto in modo diverso: Traxys ha spiegato di aver sospeso ogni commercio con il Congo da maggio, per pressioni da parte delle Nazioni Unite. Afrimex sostiene di aver fatto lo stesso sin dal 2008. La Amc ha diffuso un comunicato per denunciare lo studio come «inaccurato» e sottolineare il proprio impegno per rendere la catena della fornitura trasparente. Ma queste spiegazioni agli esperti di Global Witness non sono bastate: «Il fatto che abbiano smesso di usare fornitori sospetti ora non significa che non lo abbiano fatto durante le nostre ricerche», dice uno dei portavoce. Dietro alle accuse lanciate dall’ organizzazione ci sono infatti anni di lavoro dei suoi ricercatori, che hanno parlato con politici, intermediari, guardie di frontiera, operai, combattenti, soldati ed esperti in Congo, nei paesi limitrofi e nei grandi centri del commercio dove i minerali vengono venduti. Le testimonianze più sconvolgenti sono quelle dei minatori del South e North Kivu: «Siamo la loro carne, le loro bestie», ha detto uno di loro.E un altro: «Con una pistola puntata in faccia voi cosa fareste?». È sulla base di testimonianze come queste che Global Witness spera che la comunità internazionale si decida ad agire imponendo peri minerali regole ferree come quelle che oggi regolano il commercio di diamanti: «Dobbiamo rompere il legame frai minerali e la violenza – conclude Alley- va fatto subito, non si può aspettare il giorno in cui si raggiungerà un accordo di pace». La responsabilità, sostiene, è anche degli acquirenti finali dei prodotti: colossi come Nokia, Dell, Motorolae Hewlett-Packard che pur non avendo violato alcuna legge, peccano di mancanza di trasparenza e condannano gli abitanti del Congo a rimanere incagliati nella spirale della violenza. – FRANCESCA CAFERRI


PROVINCIA ORIENTALE: NUOVI BILANCI E CONFUSE DICHIARAZIONI

febbraio 17, 2009

per accedere all’articolo originale di misna.org, clicca qui

Contraddittorie dichiarazioni e bilanci dell’ultima ora hanno contribuito a rendere ancor più confuso il già parziale quadro cu ciò che sta avvenendo nella Provincia orientale, da settembre teatro di una serie di incursioni cruente attribuite ai ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra). Un’operazione congiunta degli eserciti di Repubblica democratica del Congo e Uganda, con il sostegno del Sud Sudan, avrebbe dovuto secondo accordi terminare alla fine di febbraio; ieri, un portavoce di Kampala ha però sostenuto che i militari ugandesi sono stati autorizzati a proseguire le operazioni in Congo a tempo indeterminato, fino al completo annientamento dei ribelli Lra. Dichiarazioni smentite da un portavoce militare congolese secondo il quale alla fine del mese si terrà invece un vertice tra i presidenti dei due paesi in una imprecisata località di confine. Fonti militari ugandesi hanno sostenuto che da dicembre almeno 146 ribelli sono stati uccisi sia in combattimenti terrestri sia in seguito a bombardamenti aerei. L’assenza di affidabili vie di comunicazione e il generale stato di insicurezza in cui versa una tra le regioni più remote del paese rendono difficile verificare le informazioni e stanno complicando le operazioni di soccorso dirette alla popolazione civile. Secondo stime dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) oltre 130.000 persone sono state costrette a fuggire disperdendosi nelle foreste, raggiungendo i centri principali e attraversando la frontiera con il Sud Sudan; in 7000, notizia riferita nelle ultime ore dall’Ocha, hanno trovato rifugio in Uganda; dopo l’inizio dell’operazione militare, a dicembre, una nuova ondata di attacchi e violenze ha fatto salire il numero delle vittime civili nella Provincia orientale ad almeno 900.[GB]


Congo: in aumento gli sfollati per le incursioni dei ribelli ugandesi

febbraio 4, 2009

per accedere all’articolo originale di oecumene.radiovaticana, clicca qui

Violenze e nuove incursioni si segnalano nel nordest della Repubblica democratica del Congo da parte dei ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra) contrastati dall’Esercito ugandese insieme a militari congolesi e del Sud Sudan. La critica situazione d’insicurezza per la popolazione civile della regione ha causato un aumento degli sfollati, stimati in circa 130 mila, di cui si sta interessando l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha). La Caritas congolese – riferisce l’agenzia Misna – ha a sua volta informato di aver concluso tre missioni per valutare la situazione direttamente sul terreno in diverse località di quella che è considerata una tra le zone più remote e difficilmente raggiungibili di tutto il Congo. L’attenzione degli operatori umanitari e delle organizzazioni internazionali si sta concentrando a Dungu, unica località facilmente accessibile dove si trova la maggioranza degli sfollati; le missioni della Caritas hanno inoltre raggiunto le località di Doruma, Gangala, Ngilima censendo alcune migliaia di civili bisognosi di assistenza. La nuova ondata di violenze ha già provocato centinaia di vittime, 894 dal mese di settembre secondo un bilancio dell’ONU. (R.G.)


Si è aperto il primo processo per aver arruolato bambini-soldato in Congo

gennaio 26, 2009

per accedere all’articolo originale del corriere della sera, clicca qui

L’AIA – Alla Corte penale internazionale (Cpi) si è aperto lunedì il processo a Thomas Lubanga, capo di una milizia del Congo accusato di aver utilizzato bambini-soldato per massacrare una tribù rivale. Lubanga, fondatore e leader dell’Unione patriottica congolese (Upc) nel distretto di Ituri, è il primo a essere processato per questo tipo di crimine.

SCONTRI HEMA-LENDU – Lubanga nega di aver costretto minori di 15 anni a uccidere membri dell’etnia lendu durante la guerra in Congo dal 1998 al 2003. I pubblici ministeri della Cpi sostengono che bambini-soldato, reclutati dall’Upc, siano stati invece coinvolti nelle ostilità tra settembre 2002 e il agosto 2003 e che alcuni di loro siano stati costretti a uccidere i rivali o a essere a loro volta eliminati. Per Bukeni Waruzi, coordinatore in Africa centro-orientale del gruppo per i diritti umani Witness, oltre 30 mila bambini hanno partecipato al conflitto, molti di loro erano stati drogati per commettere i crimini. Le violenze etniche nella regione dell’Ituri tra gli hema e i lendu e le lotte tra milizie rivali per il controllo delle risorse naturali (in particolare le miniere d’oro) hanno ucciso oltre 60 mila persone dal 1999 olter ad aver provocato centinaia di migliaia di rifugiati. Lubanga, 48 anni, è stato consegnato alla Cpi nel 2006.


Mio figlio si chiama Sofferenza

dicembre 4, 2008

Cari amici

Volevo solo condividere con voi quello che succede a Goma.

Sono in migliaia ad esser fuggiti dai combattimenti e dalla violenza che sta devastano il Nord Kivu da settembre. Nel campo di Kibati 2, vicino a Goma, dei rifugiati raccontano le loro drammatiche testimonianze, le fughe successive da un campo all’altro e la miseria che regna nei campi.

Un neonato tra le braccia, la giovane Alphonsine è seduta sulla terra umida del campo tra centinaia di persone che, come lei, son fuggiti dai combattimenti del Nord Kivu. Tutti aspettano pazientemente, a fianco dei grandi camion del CICR, di ricevere la razione alimentare per qualche giorno: un po’ di farina, di olio, di fagioli e di sale.

Alphonsine sorride malgrado la fatica e mostra fieramente il suo bambino. “L’ho chiamato Matesu, perchè è nato in guerra”. Matesu, vuol dire “sofferenza” in swahili. Il piccolo Matesu è nato in settembre, durante una delle numerose fughe precipitose di Alphonsine alla ricerca di un po’ di sicurezza. Durante il viaggio pericoloso, ha perso il contatto col padre del bambino. Si considera tuttavia felice perchè è in vita e ha ritrovato molti dei suoi parenti nel campo di Kibati.

Al suo fianco, Patience, una donna di 45 anni, madre di 11 bambini, non riesce a trattenere le lacrime. Dice di aver visto suo marito essere assassinato sotto i suoi occhi da uomini armati. “Non posso raccontarvi tutto. È troppo penoso. Quando ci penso, ho subito la nausea”. Prova dolore nel ricordare i dettagli della corsa folle per fuggire dal villaggio, un neonato sulle spalle, un altro in braccio, in mezzo ad una folla presa dal panico. “Fortunatamente tutti i miei piccoli sono qui con me. Il più vecchio, che ha già 14 anni, mi ha aiutato molto. Ma ora, non mi resta niente! Viviamo come animali!”.

“Qui siamo nella miseria più nera; noi andiamo spesso a dormire con la pancia vuota. Al nostro arrivo al campo, abbiamo dovuto anche passare parecchie notti sotto la pioggia, perchè non c’èra abbastanza riparo per tutti” – spiega Jeannine, una madre di 7 bambini. Per più di due settimana, la sua famiglia è fuggita, abbandonando la raccolta dei campi di parecchi ettari. 

“La nostra casa è stata bruciata, i nostri beni saccheggiati. Io preferisco morire in questo campo con i miei figli piuttosto che rientrare nel villaggio” – aggiunge Liliane prima di scoppiare in singhiozzi anche lei.

“Sono stato costretto ad abbondonare la scuola qualche mese prima dell’esame finale ed ora non ho più i soldi per pagare la tassa scolastica”, spiega in un francese molto curato Hakizimàna, un giovane ragazzo di 18 anni. La sua grande preoccupazione è la sopravvivenza e la sicurezza della sua famiglia di 8 persone. “In settembre, siamo fuggiti da Kanòmbe per trovare rifugio a Rugàri, poi abbiamo dovuto lasciare Rugàri per Rumangàbo, poi Kibumba. Dopo qualche giorno di nuovo siam dovuti fuggire ed abbiamo raggiunto il campo di Kibati 1, prima di trovare un posto in quello di Kibati 2. Non credo che il pericolo sia finito e non mi sento sicuro qui: la linea del fronte è appena a 2 km”.

Queste testimonianze sono state raccolte venerdì 7 novembre 2008  nel campo di Kibati 2, dopo che da 2 giorni, le CICR ed i volontari della Croce Rossa della Repubblica Democratica del Congo distribuivano cibo nel campo. Quel giorno, dei colpi di fucile e di armi da fuoco hanno improvvisamente risuonato vicinissimi. Dopo un momento di silenzio totale, il panico si è impadronito dei rifugiati, ed in una corsa precipitosa hanno abbandonato la fila d’attesa e sono fuggiti in direzione della città di Goma, con i loro piccoli bambini tra le braccia. Da parte loro, gli operatori umanitari hanno interrotto la distribuzione e hanno lasciato il campo. Qualche ora più tardi, essendo scesa una calma molto precaria, i rifugiati sono ritornati a passare la notte al campo. Due giorni dopo le CICR ed i volontari della Croce Rossa della Repubblica Democratica del Congo erano di nuovo a piedi per terminare la distribuzione di cibo agli sfollati di Kibati.

 

il testo originale, in francese, è stato tradotto dai ragazzi del Liceo Scientifico “Rambaldi  - Valeriani” di Imola


CONGO: BAN KI-MOON DENUNCIA GRAVI VIOLAZIONI DA ENTRAMBE PARTI

novembre 27, 2008

per accedere all’articolo originale clicca qui

(AGI/REUTERS) – New York, 25 nov. – Stragi, esecuzioni arbitrarie, violenze e torture sono state compiute nella Repubblica democratica del Congo negli ultimi cinque mesi sia da parte delle forze governative, sia dai ribelli tutsi guidati dal generale Laurent Nkunda. La nuova denuncia e’ arrivata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che in un rapporto destinato al Consiglio di sicurezza ha lamentato “gravi violazioni dei diritti umani”.

Ban ha ribadito che la situazione nella Repubblica democratica del Congo e’ “causa di grave preoccupazione”. Elementi dell’esercito e della polizia congolesi “si sono resi responsabili di un gran numero di gravi violazioni dei diritti umani”, si legge nel rapporto di 28 pagine, “esecuzioni arbitrarie, torture, violenze, crudelta’ e trattamenti disumani”. I ribelli di Nkunda hanno perpetrato “uccisioni di massa, rapimenti, torture, reclutamento forzato di bambini, distruzione di campi per i rifugiati, violenze sessuali”.

La scorsa settimana, il Consiglio di sicurezza aveva approvato l’invio nel Paese africano di altri 3 mila caschi blu per la missione di peacekeeping nel tentativo di contenere l’ondata di violenza. Ma intanto il governo congolese ha escluso un dialogo diretto con i ribelli tutsi, giudicato dal governo “impossibile”. “Siamo d’accordo a negoziare con Nkunda”, ha affermato il ministro dell’Interno, Lambert Mende, ma solo “nel quadro dell’accordo di pace di gennaio” a Goma che Nkunda ha disatteso. (AGI)


Soldati angolani in Nord Kivu La prova in un video di Nigrizia

novembre 22, 2008

per accedere all’articolo originale di repubblica.it, clicca qui

ROMA – I soldati angolani stanno combattendo da settimane nel Nord Kivu, in Congo, a fianco delle truppe governative contro i ribelli del generale filoruandese Nkunda. Le voci circolano da tempo, insieme all’allarme per un preoccupante allargamento del conflitto che sta devastando la regione nord-orientale del Congo, ma finora il presidente Joseph Kabila e quello angolano José Eduardo Dos Santos hanno ufficialmente smentito. Ora una conferma arriva tramite un video esclusivo pubblicato sul sito di Nigrizia.

Il filmato è stato girato con una telecamera nascosta da un giornalista e da un fotografo italiani che operano in zona, e documenta la presenza di soldati angolani nella zona di Kibati, 15 km a nord di Goma, la capitale del Nord Kivu.

Il fotografo, che dice di essere brasiliano con ascendenze angolane, conversa dalla macchina con i soldati angolani che, in portoghese fluente, spiegano di trovarsi in Nord Kivu da tre settimane e di aver preso parte a combattimenti a fianco delle Fardc, Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo. Sono inoltre veterani che hanno combattuto durante la guerra d’Angola nelle file dell’esercito regolare dell’ MPLA, contro i ribelli dell’UNITA del defunto Jonas Savimbi. I soldati consigliano al fotografo e al giornalista italiani di lasciare la zona perché lì si trova il fronte dei combattimenti con i ribelli di Nkunda, a poche centinaia di metri di distanza.
Le forze armate angolane, alleate fedeli della Repubblica Democratica del Congo, sono già intervenute a sostegno del governo di Kinshasa durante la guerra regionale del 1998-2003 nell’ex Zaire. Due settimane fa, funzionari delle Nazioni Unite denunciarono la presenza dei soldati angolani a fianco di quelli governativi nelle vicinanze di Goma.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.