Un aiuto per le donne di Bukavu

aprile 17, 2010

questo è l’articolo pubblicato da sabatoseraonline relativo al centro Kitumaini

Le donne di Bukavu, in Congo, donne violentate, massacrate, donne vittime di una guerra altrui, chiedono aiuto. Il Centro Kitumaini di Bukavu assieme all’Oratorio di San Giacomo di Imola e a Pace Adesso di Bologna da qualche anno cerca di rispondere alle loro richieste.
Dal 2004, data in cui è nata la collaborazione tra questi tre gruppi, il Centro Kitumaini è riuscito ad attivare numerosi progetti, dagli stage in Italia, ai finanziamenti con il microcredito che hanno permesso, tra l’altro, di far costruire un centro maternità nella città di Bukavu, fino ad allora sprovvista.
Il contesto è in parte noto. Lo stupro in Congo viene utilizzato come strumento di guerra in un Paese dove ufficialmente la guerra non c’è più; in compenso ci sono bande armate di diverse etnie e un contingente ONU di 20mila militari. Diamanti e coltan giustificano la presenza degli uni e degli altri. E poi ci sono i civili, che ne pagano le conseguenze. Nel 2006, solo nella città di Kivu, sono state registrati 27 mila casi di violenza sessuale. Le Nazioni Unite, che hanno destinato 56 milioni di dollari per un piano d’azione specifico, calcolano che dall’inizio del conflitto, nel 1996, sono stati registrati 200mila casi di violenza sessuale, per una media di 40 casi al giorno.
I bersagli di queste violenze sono prevalentemente donne dai cinque anni in su; anche se è un fenomeno decisamente minoritario, gli uomini non ne sono immuni. Spesso, gruppi di cinque o sei militari costringono le vittime ad avere rapporti sessuali davanti ai loro mariti utilizzando mitra, coltelli e quant’altro capiti a tiro per penetrarle.
Il supporto che il Centro Kitumaini offre alle vittime riguarda principalmente l’assistenza medica. Quando non muoiono, le donne riportano lesioni gravi, perdite di sangue che durano svariati mesi, a volte perdono l’utero e la possibilità di procreare, spesso contraggono malattie infettive, prima fra tutte l’AIDS, che poi trasmettono ai mariti. A Bukavu manca una struttura adatta a curare queste donne ma l’ospedale più vicino, quello di Panzi, fornisce un servizio di assistenza gratuito per le vittime di violenza sessuale. Il Centro Kitumaini procura cibo e vestiti per le donne violentate e le accompagna attraverso i 20 interminabili chilometri di strada sterrata piena di buche che separano Bukavu da Panzi. Saltuariamente, poi, alcuni volontari si recano nelle case delle vittime per accertarsi del loro stato di salute e, quando possibile, per sopperire ad alcuni bisogni.
Ma, alle conseguenze fisiche di uno stupro vanno sommate quelle sociali. Una vittima di violenza non viene rispettata, rischia di essere espulsa dalla comunità e dalla sua famiglia, soprattutto se in seguito alla violenza non riesce più ad avere figli. Per questo il campo del Centro Kitumaini nel 2006 ha un valore fondamentale. Attraverso l’attività nei campi, una volta riacquistate le forze, le donne riescono a riappropriarsi della loro dignità guadagnandosi autonomamente qualche piccola entrata per il loro mantenimento.
Per il futuro, l’Oratorio di San Giacomo e il Centro Kitumaini hanno grandi progetti. Sognano un dottore che visita a domicilio le vittime e un campo nuovo per far sì che tutte abbiano da lavorare. Tra i sogni e la realtà, c’è solo la mancanza di fondi.


World march of women|action in Bukavu

marzo 8, 2010

action in Bukavu

Oggi le donne violentate delle associazioni che sosteniamo e quelle del microcredito stanno marciando al fianco di altre donne di associazioni internazionali

obbiettivi della marcia

  • pace e demilitarizzazione
  • il testo dei diritti in favore delle donne
  • la carta mondiale delle donne per l’umanità

Marcia internazionale a favore delle donne violentate

febbraio 23, 2010

Quest’anno verranno organizzate una serie di attività a livello mondiale col desiderio di sensibilizzare persone a tutti i livelli per combattere il problema della violenza sulle donne. Si inizierà l’8 marzo, con manifestazioni in tutti i paesi, e si terminerà con una marcia internazionale; come località è stata scelta proprio Bukavu.

A questi eventi parteciperanno personaggi politici internazionali (tra cui la moglie di Obama e Hilary Clinton), associazioni internazionali, locali e le donne che hanno subito violenza.

A Bukavu le organizzazioni che aiutano concretamente le donne si stanno già preparando, c’è grande fermento, anche per l’attenzione internazionale che questo evento sta generando.

La coordinatrice locale ha già parlato con Aimée (la ragazza che aiuta Pierre al Centro Kitumaini e che segue proprio gli aiuti alle donne violentate): in occasione della partenza dell’iniziativa ci sarà una manifestazione della durata di 10 giorni, a partire dall’8 marzo, in cui ogni associazione che vorrà aderire è chiamata ad organizzare delle attività durante quei giorni, dopodiché parteciperà poi alla marcia conclusiva che si terrà in Ottobre.

Attorono a questa iniziativa stanno succedendo cose straordinarie, come questa mail di Pierre

“volevo solo condividere con voi le notizie dell’ultimo minuto; alcune donne delle associazioni che appoggiamo con il microcredito qui in città sono venute a trovarmi oggi per propormi di marciare anche loro a fianco delle donne vittime di violenza, per condividere con loro quel giorno, ma anche per dare loro conforto. Io gli ho risposto che è una bella notizia, ma che non abbiamo la possibilità di aiutarle per le divise, ma con mia grande sorpresa, la risposta è venuta senza esitazione: “mostrateci solo il colore dei vestiti che le donne vittime porteranno e noi compreremo con i nostri soldi gli stessi vestiti e marceremo con loro quel giorno, questa è la nostra preoccupazione, di passare quella giornata insieme”.

francamente, sono stato commosso dalla gioia, e le ho mandate subito da Aimée per parlare del modello di abiti da scegliere per il gruppo. ”

Pierre





Yunus_Conferenza al Digital Life Design 2010, Monaco

febbraio 3, 2010

Conferenza di Muhammad Yunus al DLD_Digital Life Design 2010

The winner of the 2006 Nobel Peace Prize outlines his vision for a new business model that combines the power of free markets with the quest for a more humane world – and tells the inspiring stories of companies that are doing this work today. Over the last two decades, free markets have swept the globe, bringing with them enormous potential for positive change. But traditional capitalism cannot solve problems like inequality and poverty, because it is hampered by a narrow view of human nature in which people are one-dimensional beings concerned only with profit. In fact, human beings have many other drives and passions, including the spiritual, the social and the altruistic. Welcome to the world of social business, where the creative vision of the entrepreneur is applied to today’s most serious problems: feeding the poor, housing the homeless, healing the sick and protecting the planet. “Creating a World Without Poverty” tells the stories of some of the earliest examples of social business, including Yunus’s own Grameen Bank. It reveals the next phase in a hopeful economic and social revolution that is already under way – and in the worldwide effort to eliminate poverty by unleashing the productive energy of every human being.

Letture sul tema

A world without poverty: Social business and the future of capitalism, Muhammad Yunus, Public Affairs, 2008


Associazione Mamans Neo Apostoliquet

gennaio 5, 2010
I beneficiari del microcredito del Centro Kitumaini – Bukavu

La nostra Asociazione è composta da 50 membri, siamo arrivati ad
avere una relazione col Centro Kitumaini perché siamo
un’associazione di donne povere e vulnerabili, composta per la
maggior parte da vedove. Ci hanno concesso crediti che ci
permettono di lavorare. Diamo i crediti a turno a gruppi di 5 membri,
quando un gruppo di donne ha terminato di rimborsare, diamo il
credito successivo ad un altro gruppo, in modo che tutte riusciamo a
lavorare. I soldi che guadagniamo ci permettono di pagare da
mangiare e gli studi per i nostri figli e, cosa ancora più importante,
le cure mediche. Abbiamo iniziato con piccole attività artigianali, a
cui cerchiamo di partecipare tutte: alcune di noi si occupano della
produzione e altre della vendita

Il sapone

Una delle attività che svolgiamo è la fabbricazione del sapone: quando riceviamo un credito una dei
nostri membri va alla fabbrica di sapone e compra gli scarti della lavorazione (500 franchi per 1 kg).
Quando arriva a casa inizia a tagliarli col coltello in piccolissimi pezzi e li mette in una pentola. Mette la
pentola sul fuoco e mescola fino a che il contenuto non diventa liquido. Compra anche del colore blu che,
insieme ad un po’ di acqua, aggiunge nella pentola. A parte ha dei contenitori in legno, in cui versa la
pasta, per dare la forma ai saponi. Quando la pasta si è raffreddata la toglie dai contenitori e con dei
fili inizia a tagliare i blocchi in stecche più piccole, che poi andrà a vendere al mercato, tagliandole
ancora in pezzi più piccoli, in base alle necessità delle clienti. Da 10 kg di scarti escono circa 40 pezzi di
sapone, e ognuno viene venduto in media a 200 franchi, meno caro di quelli che escono dalla fabbrica.
Le stoffe colorate
Un’altra attività è la produzione di ‘paignes’, stoffe colorate. 1 rotolo di tessuto neutro costa 35 dollari, ed è fatto da

7 ‘pezzi’ di stoffa, della misura necessaria per confezionare un vestito da donna. Ogni ‘paigne’ viene venduto a 10 dollari.
Per farli, acquistiamo tessuti bianchi; pieghiamo la stoffa e la leghiamo con piccoli cordoncini in modo da preparare i disegni che desideriamo o che ci richiedono i clienti. Bisogna stringere bene in modo che il colore non entri dove si lega.
Fuori prepariamo il fuoco e l’acqua calda. Per ogni 20 litri d’acqua aggiungiamo 5 cucchiaini di soda caustica e 10
cucchiai di idrosolfato che servono per fissare i colori.
Lo facciamo all’aria aperta e usiamo guanti e maschere perché la soda caustica è molto tossica. A questo punto aggiungiamo i colori in polvere, monocolore o misti, 10 cucchiai. La stoffa viene bagnata, poi messa nei catini.
Con i guanti apriamo le pieghe e lì il tessuto prende il colore.
Mettiamo tutto nel pentolone con l’acqua calda, e quando inizia a bollire, rimescoliamo con un bastone di legno. Alla
fine apriamo il tessuto, togliendo tutti i lacci, lo sciacquiamo in acqua fredda e pulita e lo mettiamo ad asciugare.
Dopo ogni lavorazione, sia per la colorazione delle stoffe che per la produzione del sapone, dobbiamo bere un bicchiere di latte, a causa dei prodotti tossici con cui entriamo in contatto.
Le borse

Tra le piccole attività artigianali che volgiamo c’è anche la fabbricazione di borse. Ad esempio utilizziamo la plastica degli imballaggi di vestiti che vengono dall’Europa; per fare la seconda mettiamo invece della plastica sopra un intreccio di pezzi di cartone. Impieghiamo circa due giorni per fare una borsa, e la vendiamo a 5 dollari.

Il Tangawizi

Alcune di noi producono anche una bevanda locale, il Tangawizi: è un succo che viene utilizzato anche come analgesico, ad esempiocontro il dolore alla schiena o le emorroidi. C’è un tipo di tubero che si chiama tangawizi, che qui da noi cresce tutto l’anno, lo andiamo ad acquistare in Rwanda, ne servono 10 kg per fare 48 bottiglie di succo. Una volta comprato il prodotto si lava, poi bisogna spremerlo con una macchina apposita e pressarlo. C’è un posto dove hanno questa macchina, e noi pagando possiamo andare ad utilizzarla. Per ogni 5 litri di succo devono essere aggiunti 20 litri d’acqua, poi bisogna fare bollire tutto ed aggiungere 10 kg di zucchero; deve bollire per un’ora al massimo. Oltre a questo dobbiamo comprare le bottiglie di vetro (le compriamo in Burundi) ed i tappi, che quindi per noi è un altro costo. Dopo avere chiuso le bottiglie con un apposito attrezzo, possiamo venderle: ogni bottiglia la vendiamo a 250 franchi congolesi.

Con quello che guadagnamo dalle nostre attività fino ad ora non abbiamo avuto problemi a rimborsare i crediti. Ci sono tante persone però che ne avrebbero bisogno, il problema è proprio l’accesso ai soldi. Noi chiederemmo anche crediti più consistenti, per potere ammortizzare di più i costi e guadagnare un po’ di più. Quello che riusciamo a guadagnare ora è per la sopravvivenza. Nella nostra Associazione c’è un sistema di contribuzione: ogni mese ogni socia versa 1 dollaro nella cassa dell’Associazione: anche con questi soldi si producono dei beni e le donne che in quel momento non stanno beneficiando dei crediti si incaricano della vendita e si dividono i guadagni. Alcune mettono da parte qualcosa quando hanno i crediti per potere continuare l’attività anche dopo. L’Associazione è nata nel 2001, con 10 persone. Ad oggi sono 49 (una è morta). La spesa di adesione, che si paga all’inizio, una volta sola, è di 1 dollaro, ma è facoltativa e in base alle possibilità, c’è anche chi versa 3-4 dollari. Si tratta di donne vedove e comunque povere. Grazie a queste quote abbiamo potuto anche pagare le spese per il funerale della socia che è morta. Se i crediti fossero maggiori potremmo fare dei gruppi più grandi, anche di 10-15 membri. Abbiamo un piccolo sistema anche per recuperare gli interessi: abbiamo delle piccole commissioni, con un membro responsabile di recuperare i crediti, che li riporta alla tesoriera; la tesoriera fa il rapporto alla presidentessa e ai membri del comitato, che danno l’autorizzazione a versare la quota al Centro Kitumaini.


Imola-Bukavu, 5500km annullati da skype

gennaio 4, 2010

Per la prima volta siamo riusciti a lavorare assieme come se fossimo nella stessa stanza!

Tutto è partito dalla necessità di fare il bilancio dell’attività del microcredito del 2008-2009.

E’ necessario mettere insieme la conoscenza di dati e attività sul luogo che hanno i ragazzi di Bukavu con le nostre conoscenze gestionali e informatiche.

In pratica: i ragazzi ci hanno inviato i dati che hanno raccolto, noi gli abbiamo mandato un foglio di calcolo da testare per poter sistematizzare i dati

Il programma era che loro andassero in un internet point a scaricare i files per poterli commentare assieme in un secondo momento al telefono. Per fortuna non ci sono stati problemi di connessione.

Ci siamo dati un  appuntamento telefonico il pomeriggio.

Con nostra grande sorpresa , poco prima dell’appuntamento, abbiamo ricevuto una telefonata di Justin che diceva: “ci stiamo collegando via skype”

Justin è l’unico del gruppo ad avere internet a casa e ha messo a disposizione il collegamento.

Abbiamo cominciato a fare le prove audio, poi siamo passati al video e, con grande soprpresa, funzionava tutto e riuscivamo a vederci e parlare come se la distanza non ci fosse.

Quando sono arrivati gli altri ragazzi è partita una videoconferenza. Riuscivamo a lavorare guardando lo stesso file, spiegando o commentando in viva voce dati e formule anche complesse.

Siamo riusciti a lavorare insieme, 4 là, 2 qui, dandoci obbiettivi per concreti di sviluppo di questo lavoro  :)

Ne abbiamo approfittato anche per motivi extra-lavorativi…i ragazzi di bukavu hanno conosciuto il neonato di Giorgio ancor prima di qualche amico imolese!


Informatici senza frontiere

gennaio 3, 2010

per accedere all’articolo originale su repubblica.it, clicca qui

Dall’Africa all’Abruzzo, storia di un’associazione che porta internet dove più ce n’é bisogno: negli ospedali, nelle carceri e in mezzo al deserto di GIULIA BELARDELLI

ROMA - Un computer e una connessione a internet possono cambiare la vita: forse non salvarla, ma renderla migliore sicuramente sì. Ne sono fortemente convinti i 180 soci di Informatici Senza Frontiere, onlus che dal 2005 opera nel settore informatico per portare un aiuto concreto a chi vive in situazioni di emarginazione e difficoltà. L’associazione è nata da un gruppo di manager veneti che hanno deciso di mettere le proprie conoscenze al servizio di una missione ben precisa: combattere il digital divide in tutte le sue forme, in Italia e all’estero, dagli ospedali alle carceri, dai luoghi del terremoto in Abruzzo a un piccolo centro di microcredito in Madagascar. Con risultati che possono “toccare il cuore”, racconta il presidente dell’associazione, Girolamo Botter.

L’associazione Informatici Senza Frontiere. Il quartier generale della onlus è in Veneto, a Treviso, ma negli anni sono state aperte delle sezioni in varie regioni d’Italia: in Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia, Calabria e nel Lazio. Oltre ai soci fondatori, fanno parte dell’associazione numerosi volontari, tra cui soprattutto informatici e programmatori, ma anche esperti del marketing e della comunicazione. Fianco a fianco, o più spesso con la mediazione del computer, queste persone “lavorano” nel loro tempo libero per cercare di sanare lo spreco di tecnologia nei paesi sviluppati: hardware erroneamente ritenuto rotto o obsoleto, conoscenze informatiche inutilizzate, software a costo zero in grado di automatizzare piccole operazioni quotidiane. Il tutto in stretta collaborazione con le aziende e il mondo accademico, nella convinzione che tutti, dal manager di successo allo studente unviersitario, possano giocare un ruolo importante nella battaglia contro l’isolamento tecnologico.


I progetti in Africa.
“Una delle soddisfazioni più grandi – spiegailpresidente Girolamo Botter – l’abbiamo ottenuta con il software Open Hospital, sviluppato internamente da noi in collaborazione con gli allievi dell’Istituto Tecnico Volterra di San Donà di Piave. Si tratta di un sistema informatico in grado di facilitare le operazioni gestionali quotidiane di piccoli ospedali, dalle cartelle cliniche alla fornitura di medicinali”. Un aiuto grandissimo in zone povere e isolate, dove spesso tutto avviene con carta e penna da una tenda da campo.

Il software è stato installato e implementato in un ospedale di Angal, nel nord dell’Uganda, e in un piccolo ospedale di Matiri, nel Kenya, dove alcuni volontari volano periodicamente per controllare che tutto funzioni correttamente e che il personale medico sappia come usare il computer. L’attrezzatura tecnica – pc, stampanti, modem e tutto il resto – viene spesso comprata sul posto, così da evitare danni durante il trasporto e soprattutto contribuire allo sviluppo dell’economia locale. Dopo il successo di queste esperienze pilota, il sistema è stato installato in diverse altre realtà ospedaliere in Kenya, Afghanistan, Benin e Congo.


Donne violentate_storie di rinascita

gennaio 2, 2010


testimonianze microcredito

settembre 20, 2009

Vi riporto alcune testimonianze di persone che hanno usufruito di un prestito dal centro KITUMAINI, con la formula del microcredito.

Nyamulula DEODATE:

(è la mamma di Heri) venditrice di farina di manioca presso il suo domicilio.

Compra 2 sacchi di baccelli di manioca da 50 kg per sacco al prezzo di 42$ al sacco. Li fa macinare per ottenere della farina che vende a 10 kg al sacco presso casa sua. Dopo la lavorazione, un sacco di farina da 50 kg si vende a 55$, cioè un interesse di 17$ al sacco, al netto del trasporto. Compra il mercoledì, il giovedì fa la macinazione e porta la farina a casa. Può ruotare* 3 volte al mese.

“È grazie a questo credito che mi sto facendo curare, dato lo stato della mia salute, e ho potuto comprare un po’ di sabbia per riparare casa mia che cadeva già. È veramente una grazie divina, poiché ho anche comprato delle divise e dei quaderni per i miei figli che non sono a carico del PPA (Progetto adozioni a distanza, n.d.t.). Facevo fatica a pagare le rette degli insegnanti, ma grazie a questo credito ho potuto pagare la retta e ho recuperato le pagelle dei miei figli. Ho smesso di andare in giro per la città, casa per casa per trovare degli abiti da lavare. Era faticoso e umiliante, un lavoro in cui si urla su di voi a ogni momento ed è raro talvolta che siate ringraziata per aver fatto bene il vostro lavoro. Oggigiorno, mi sento responsabile, fiera di me e del mio lavoro, mi sento rispettata grazie alla mia attività.”

Muhigirwa ADELAIDE:

ha 5 figli, sposata, venditrice di una bibita locale.

Lavora con 10 casse di birra, che la gente consuma presso casa sua. Siccome è una dettagliante, guadagna 2$ per cassa dopo la vendita. Compra 4 volte al mese.

“Questo credito ha intensificato le mie attività come non potevo immaginare. Questo mi ha aiutato a comparare delle sedie, che non avevo a casa. Sfortunatamente per me, mio figlio ha avuto un incidente prima che potessi terminare il rimborso. È stato ricoverato in ospedale e dovevamo pagare 132$. Ho avuto paura di utilizzare il capitale poiché ho a carico anche la famiglia: mi sono ritrovata nella situazione in cui bisognava indebitarsi per pagare la fattura dell’ospedale e onorare (il debito con) il Centro Kitumaini. Curiosamente e come una sorpresa, gli altri membri dell’associazione hanno rimborsato per me presso il CK senza che io ne fossi informata e al momento del rimborso dell’ultima quota, mi hanno detto di non angustiarmi, che l’associazione aveva rimborsato per me e  io avrei rimborsato all’associazione più tardi. Questo prova l’amore e la presenza dello spirito santo nella nostra associazione ma anche la compassione.”


micro.bo_Forme di microcredito nel nostro territorio

aprile 1, 2009

Intervista ad Antonio Andreoni dell’associazione micro.Bo di Bologna

per accedere all’articolo originale di equonomia.it, clicca qui

Bologna 17 ottobre – Forse non ci credeva nemmeno lui. Chissà cosa avrà pensato Muhammad Yunus quando ha appreso la notizia. I quotidiani di tutto il mondo hanno pubblicato sulle prime pagine una foto che lo ritrae mentre gioisce tra le braccia della figlia. Sul suo volto l’immancabile sorriso. Guarda in alto Muhammad.
Forse pensa a Sophia, quella donna che intrecciava seggiolini di bambù per due centesimi di dollaro al giorno, forse sta ricordando i 27 dollari che le aveva prestato per rompere il legame di usura che la legava al suo datore di lavoro. Il suo primo prestito. Forse pensa a tutti coloro che lo hanno guardato sempre con scetticismo, a quei governatori e banchieri di fama
internazionale che non credevano nel sogno di un piccolo uomo del Bangladesh.

Lontani dai clamori immediati della cronaca che hanno inneggiato a Muhammad Yunus, come al “banchiere dei poveri”, come a colui che “ha vinto con l’utopia” realizzando la prima banca etica del mondo,abbiamo incontrato, a Bologna, Antonio Andreoni.
E’ un giovane laureato in economia, socio fondatore di micro.Bo , una ONLUS nata circa due anni fa a Bologna per diffondere, nella città e in provincia, la conoscenza e la pratica della microfinanza. Ha reso attiva un’esperienza di microcredito “dal basso” seguendo le linee-guida del pensiero di Yunus ed ha anche preso parte, insieme ai suoi collaboratori ad un altro progetto della Grameen Bank, la Grameen Shikka, che finanzia borse di studio per bambini in Bangladesh. Nell’arco di soli due anni micro.Bo ha finanziato, nel territorio di Bologna e provincia, ben 45 microimprese per un totale di prestiti che ammontano a Euro 415.116,00.

E’ stato proprio Yunus a dare il battesimo di fuoco a micro.Bo , di cui è stato nominato presidente onorario.
«Prima di conoscerlo personalmente, racconta Andreoni, abbiamo letto il suo libro (Il Banchiere dei Poveri, edito da Feltrinelli) e siamo rimasti affascinati da quello che Yunus raccontava, dal coraggio di questo professore che ha sentito il bisogno di uscire dalle aule delle Università degli Stati Uniti e del Bangladesh, dove ha insegnato, per vedere cosa succedesse nelle strade. Questo è stato uno dei primi insegnamenti del professore, prosegue Andreoni che ricorda queste parole scritte nel libro “Vi farete un’idea di come si fa microcredito solo quando andrete per strada e incontrerete le persone che hanno bisogno di voi».

Antonio Andreoni ha avuto il privilegio di conoscere in “anteprima” Yunus nelle aule delle Università di Bologna. Qui, nell’ottobre del 2003, il professore ha tenuto una serie di lezioni ad un Master sulla “gestione dei gruppi” organizzato dal Centro Interdipartimentale di ricerca e intervento sui gruppi-CIRIG, promosso dalla professoressa Luisa Brunori.
Folgorati dall’entusiasmo e dalla modestia di Yunus, alcuni studenti della facoltà di psicologia, economia e giurisprudenza hanno iniziato a chiedersi se il modello del microcredito fosse applicabile in una realtà come quella di Bologna.
«Ci siamo subito resi conto, è sempre Andreoni che parla, che non avevamo abbastanza competenze in materia di microcredito; abbiamo passato un anno intero a studiare come funzionava il metodo della Grameen Bank. Dopo un anno di studi avevamo fatto nascere micro.Bo, aspettavamo soltanto il professore per mostrargli la “nostra creatura”. L’anno successivo, quando Yunus è tornato a Bologna per ricevere una laurea ad honorem in Pedagogia, lo abbiamo “braccato” con le nostre domande. Lo prelevavamo dal suo albergo e lo accompagnavamo dappertutto. Lui si lasciava tormentare e non si stancava mai. Era molto disponibile; ci parlava della sua esperienza rassicurandoci del fatto che inizialmente avremmo trovato diffidenze e difficoltà. Non mi sembrava vero che una persona così famosa e importante desse tanto ascolto a semplici studenti. L’incontro a Bologna è culminato in una conferenza tenutasi nell’ottobre del 2004 e, in questa occasione, Yunus è stato nominato presidente onorario del micro.Bo.

Ci siamo lasciati con una promessa: recarsi in Bangladesh e vedere come lavoravano nei villaggi con il metodo Grameen Bank».
Cosa è successo quando vi siete recati in Bangladesh?
«Verso la fine del dicembre del 2004, io e altri tre membri di micro.Bo abbiamo deciso di partire. Yunus ha dato la sua disponibilità e ci ha permesso di frequentare un corso di formazione di due settimane presso la Grameen Bank, la sua “famiglia” come ama definirla.
Durante il viaggio verso Dhaka, verso la sede della Banca del Villaggio, abbiamo visto negozi che vendevano i gilet cuciti a mano dalle donne dei villaggi che hanno beneficiato del microcredito (Yunus li indossa sempre): manifesti e fotografie del professore dappertutto.
Il suo ufficio: una stanza con un arredamento molto modesto: una scrivania, una grande libreria e un’ampia finestra dalla quale si scorge il paesaggio desolato intorno Dhaka, fatto di case semi-costruite, “una realtà provvisoria”. Poi la visita alla “famiglia”, alla Grameen Bank che ospita gli uffici, la casa del professore e gli alloggi degli impiegati. Ancora le sue foto dappertutto. Nei giorni successivi gli incontri con gli abitanti dei villaggi e delle campagne, beneficiari del microcredito.
E non è mancata l’occasione di presentare al professore il modello del microcredito che volevamo utilizzare per la nostra Associazione. Tra i suoi consigli ricordo una frase da lui spesso ripetuta con la quale affermava che una cosa è il modello da utilizzare, un’altra è calarsi nelle periferie delle città degradate.

Cosa ricordi, in particolare, di Yunus?
«E’ una persona molto modesta. Durante la prima sera che passò a Bologna, rimasi sbalordito dal fatto che aveva chiesto al personale dell’albergo dove alloggiava un ferro da stiro per stirarsi alcuni indumenti. Ci ha sempre sostenuti nella realizzazione del nostro progetto e, nonostante la nostra giovane età, ha avuto fiducia nelle nostre capacità.».
La calma e la serenità con cui ci ha accolto nel suo studio a Dhaka, nella completa indifferenza verso il caos e il frastuono delle strade, sono il ricordo più vivo che ho di lui, insieme alle parole con le quali ci salutò prima di partire “micro.Bo-ready to go!” (pronti per partire)”.

Alessandro Pavone


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.