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C’ erano una volta i diamanti insanguinati, resi famosi da Leonardo di Caprio e dal suo Blood Diamond: pietre preziose estratte dalle miniere di paesi africani devastati da guerre e conflitti interni che, dopo un giro neanche troppo lungo di intermediari, finivano al dito delle donne più belle del mondo. Anni di lavoro delle organizzazioni non governative – e la potenza Hollywood – contribuirono ad accendere i riflettori su quella realtà e a rendere più restrittive le norme sul commercio delle pietre. Ora però scoppia un caso simile, ma un film in aiuto non è ancora arrivato. A finire nel mirino degli attivisti questa volta sono una serie di minerali – soprattutto coltan e cassiterite – che, una volta trattati, diventano componenti fondamentali per il funzionamento di computer, cellulari e anche di alcuni tipi di lampadine. Molte di queste materie prime provengono dal paese africano che più di tutti gli altri vanta un sottosuolo ricco, la Repubblica democratica del Congo. Lo stesso paese da anni al centro di una durissima guerra civile che a più riprese ha coinvolto anche le nazioni vicine. Un rapporto dell’ organizzazione non governativa Global Witness, pubblicato nei giorni scorsi, punta il dito contro alcuni dei colossi mondiali del commercio di materie prime come la Thaisarco (controllata dal gruppo metallifero britannico Amc), l’ inglese Afrimex e la belga Trademet: per anni queste società- insieme ad altre, per un totale di 240 imprese coinvolte – avrebbero consapevolmente intrattenuto rapporti commerciali con i gruppi della guerriglia del Congo e con parti dell’ esercito dedite a traffici illeciti, acquistando materie prime provenienti da miniere controllate dai combattenti. I profitti sarebbero serviti per finanziare l’ acquisto di armi e quindi ad aggravare la violenza nel paese. Nelle miniere – in particolare quelle della zona del Kivu, dove i combattimenti sono più aspri – sarebbero state costrette a lavorare centinaia di persone ridotte in condizioni di schiavitù e costantemente minacciate di morte. «Le società dicono che fanno affari solo con esportatori dotati di licenza, ma sanno benissimo che i loro intermediari comprano da gruppi armati. I governi non impongono alle multinazionali di assumersi le proprie responsabilità. Il Burundi e il Ruanda non bloccano il commercio che passa attraverso le loro frontiere. I paesi donatori e i diplomatici non ritengono di dover dare risposte specifiche alla questione del commercio di minerali. Tutto ciò ha portato al prolungamento di un conflitto che ha già ucciso milioni di individui e ne ha resi molti di più profughi», accusa Patrick Alley, direttore di Global Witness. Alla pubblicazione del rapporto i gruppi coinvolti hanno risposto in modo diverso: Traxys ha spiegato di aver sospeso ogni commercio con il Congo da maggio, per pressioni da parte delle Nazioni Unite. Afrimex sostiene di aver fatto lo stesso sin dal 2008. La Amc ha diffuso un comunicato per denunciare lo studio come «inaccurato» e sottolineare il proprio impegno per rendere la catena della fornitura trasparente. Ma queste spiegazioni agli esperti di Global Witness non sono bastate: «Il fatto che abbiano smesso di usare fornitori sospetti ora non significa che non lo abbiano fatto durante le nostre ricerche», dice uno dei portavoce. Dietro alle accuse lanciate dall’ organizzazione ci sono infatti anni di lavoro dei suoi ricercatori, che hanno parlato con politici, intermediari, guardie di frontiera, operai, combattenti, soldati ed esperti in Congo, nei paesi limitrofi e nei grandi centri del commercio dove i minerali vengono venduti. Le testimonianze più sconvolgenti sono quelle dei minatori del South e North Kivu: «Siamo la loro carne, le loro bestie», ha detto uno di loro.E un altro: «Con una pistola puntata in faccia voi cosa fareste?». È sulla base di testimonianze come queste che Global Witness spera che la comunità internazionale si decida ad agire imponendo peri minerali regole ferree come quelle che oggi regolano il commercio di diamanti: «Dobbiamo rompere il legame frai minerali e la violenza – conclude Alley- va fatto subito, non si può aspettare il giorno in cui si raggiungerà un accordo di pace». La responsabilità, sostiene, è anche degli acquirenti finali dei prodotti: colossi come Nokia, Dell, Motorolae Hewlett-Packard che pur non avendo violato alcuna legge, peccano di mancanza di trasparenza e condannano gli abitanti del Congo a rimanere incagliati nella spirale della violenza. – FRANCESCA CAFERRI
Pubblicato da imolabukavu