Congo, la nuova guerra ora si combatte per i pc

agosto 11, 2009

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C’ erano una volta i diamanti insanguinati, resi famosi da Leonardo di Caprio e dal suo Blood Diamond: pietre preziose estratte dalle miniere di paesi africani devastati da guerre e conflitti interni che, dopo un giro neanche troppo lungo di intermediari, finivano al dito delle donne più belle del mondo. Anni di lavoro delle organizzazioni non governative – e la potenza Hollywood – contribuirono ad accendere i riflettori su quella realtà e a rendere più restrittive le norme sul commercio delle pietre. Ora però scoppia un caso simile, ma un film in aiuto non è ancora arrivato. A finire nel mirino degli attivisti questa volta sono una serie di minerali – soprattutto coltan e cassiterite – che, una volta trattati, diventano componenti fondamentali per il funzionamento di computer, cellulari e anche di alcuni tipi di lampadine. Molte di queste materie prime provengono dal paese africano che più di tutti gli altri vanta un sottosuolo ricco, la Repubblica democratica del Congo. Lo stesso paese da anni al centro di una durissima guerra civile che a più riprese ha coinvolto anche le nazioni vicine. Un rapporto dell’ organizzazione non governativa Global Witness, pubblicato nei giorni scorsi, punta il dito contro alcuni dei colossi mondiali del commercio di materie prime come la Thaisarco (controllata dal gruppo metallifero britannico Amc), l’ inglese Afrimex e la belga Trademet: per anni queste società- insieme ad altre, per un totale di 240 imprese coinvolte – avrebbero consapevolmente intrattenuto rapporti commerciali con i gruppi della guerriglia del Congo e con parti dell’ esercito dedite a traffici illeciti, acquistando materie prime provenienti da miniere controllate dai combattenti. I profitti sarebbero serviti per finanziare l’ acquisto di armi e quindi ad aggravare la violenza nel paese. Nelle miniere – in particolare quelle della zona del Kivu, dove i combattimenti sono più aspri – sarebbero state costrette a lavorare centinaia di persone ridotte in condizioni di schiavitù e costantemente minacciate di morte. «Le società dicono che fanno affari solo con esportatori dotati di licenza, ma sanno benissimo che i loro intermediari comprano da gruppi armati. I governi non impongono alle multinazionali di assumersi le proprie responsabilità. Il Burundi e il Ruanda non bloccano il commercio che passa attraverso le loro frontiere. I paesi donatori e i diplomatici non ritengono di dover dare risposte specifiche alla questione del commercio di minerali. Tutto ciò ha portato al prolungamento di un conflitto che ha già ucciso milioni di individui e ne ha resi molti di più profughi», accusa Patrick Alley, direttore di Global Witness. Alla pubblicazione del rapporto i gruppi coinvolti hanno risposto in modo diverso: Traxys ha spiegato di aver sospeso ogni commercio con il Congo da maggio, per pressioni da parte delle Nazioni Unite. Afrimex sostiene di aver fatto lo stesso sin dal 2008. La Amc ha diffuso un comunicato per denunciare lo studio come «inaccurato» e sottolineare il proprio impegno per rendere la catena della fornitura trasparente. Ma queste spiegazioni agli esperti di Global Witness non sono bastate: «Il fatto che abbiano smesso di usare fornitori sospetti ora non significa che non lo abbiano fatto durante le nostre ricerche», dice uno dei portavoce. Dietro alle accuse lanciate dall’ organizzazione ci sono infatti anni di lavoro dei suoi ricercatori, che hanno parlato con politici, intermediari, guardie di frontiera, operai, combattenti, soldati ed esperti in Congo, nei paesi limitrofi e nei grandi centri del commercio dove i minerali vengono venduti. Le testimonianze più sconvolgenti sono quelle dei minatori del South e North Kivu: «Siamo la loro carne, le loro bestie», ha detto uno di loro.E un altro: «Con una pistola puntata in faccia voi cosa fareste?». È sulla base di testimonianze come queste che Global Witness spera che la comunità internazionale si decida ad agire imponendo peri minerali regole ferree come quelle che oggi regolano il commercio di diamanti: «Dobbiamo rompere il legame frai minerali e la violenza – conclude Alley- va fatto subito, non si può aspettare il giorno in cui si raggiungerà un accordo di pace». La responsabilità, sostiene, è anche degli acquirenti finali dei prodotti: colossi come Nokia, Dell, Motorolae Hewlett-Packard che pur non avendo violato alcuna legge, peccano di mancanza di trasparenza e condannano gli abitanti del Congo a rimanere incagliati nella spirale della violenza. – FRANCESCA CAFERRI


PROVINCIA ORIENTALE: DONNE MARCIANO PER PROTESTA CONTRO VIOLENZE

aprile 2, 2009

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Circa mille donne hanno sfilato oggi in silenzio per le strade di Buta, a oltre 300 chilometri a nord di Kisangani, per protestare contro le violenze perpetrate dall’Esercito di resistenza del Signore (Lra) nella Provincia Orientale e contro il ritardo con cui le autorità starebbero intervenendo per risolvere le questioni umanitarie e dell’insicurezza crescente nella regione. Secondo Radio Okapi, “oltre un migliaio di donne hanno sfilato oggi per le strade, in silenzio senza scandire slogan né canti, le mani in alto e la collera in volto per denunciare le violenze commesse dai ribelli nella Provincia orientale”. La marcia, conclusasi con un sit-in durante il quale le dimostranti hanno letto un documento nel quale invitano il governo a dispiegare le forze armate nella regione, era stata organizzata da diverse associazioni femminili e organizzazioni della società civile del Basso Uele, zona particolarmente colpita dalle incursioni dell’Lra. Nella notte tra martedì e mercoledì altre quattro persone sono state uccise dai ribelli nella città di Aba; la polizia parla di abusi e violenze commessi anche nei villaggi limitrofi di koloko, Nyari, Rudu, Asidi, Kangara et Ramadala.[AdL]


NORD KIVU: PROSEGUONO I COMBATTIMENTI, MIGLIAIA DI RUANDESI RIMPATRIATI

febbraio 18, 2009

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È di almeno 11 combattenti uccisi il bilancio dell’ultimo attacco sferrato dalle truppe di coalizione congo-ruandesi contro le Forze per la democrazia e la liberazione del Ruanda (Fdlr) in due località nei pressi di Walikale. Secondo il capitano Olivier Hamuli, portavoce della coalizione, i soldati avrebberocatturato inoltre diversi combattenti e sequestrato mezzi e munizioni. I campi di battaglia in cui l’esercito e i ribelli si sono affrontati sono quelli di Mbakimbaku e Lukaraba, e al termine dei combattimenti i militari sono entrati in possesso di un’importante base logistica delle Fdlr a Lusamambo. Intanto, sono almeno 400 i civili ruandesi candidati al rimpatrio volontario che attendono da circa una settimana di rientrare nel loro paese. La metà di questi è stata identificata a Hombo, sud-ovest di Walikale, mentre altri 200 circa si trovavano nella vicina località di Busurungu. In un comunicato diffuso oggi tuttavia, le Fdlr accusano la missione delle Nazioni unite in Congo (Monuc) “di aver partecipato al raid aereo della coalizione, il 12 febbraio 2009 sulla loclaità di Gashebere, nel Nord Kivu” che avrebbe causato due feriti e centinaia di sfollati. “Sono dichiarazioni completamente false” ha detto alla MISNA il portavoce della Monuc, Madnodje Mounoubai, precisando che “dall’inizio dell’offensiva e fino a questo momento la missione non ha partecipato in alcun modo alle operazioni contro le Fdlr”. Dall’inizio dell’offensiva, il 20 gennaio scorso, circa 1000 combattenti e 3500 civili ruandesi sono stati rimpatriati in Ruanda dalle principali località in cui sono in corso le operazioni: Walikale, Kanyabayonga, Nyamilima e Pinga.
[AdL]


NORD KIVU: ACCORDO PER ESTRADIZIONE EX CAPO RIBELLE

febbraio 9, 2009

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L’ex-generale e guida dei ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) Laurent Nkunda, attualmente detenuto in Rwanda, sarà estradato in Congo dove sarà giudicato per le sue azioni. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Alexis Tambwe Mwamba al termine di una riunione con il suo omologo ruandese Rosemary Museminali, a Gisenyi (Rwanda). In un comunicato congiunto le delegazioni dei due paesi hanno reso noto che “è all’esame una strategia per garantire il trasferimento di Nkunda a Kinshasa in condizioni di totale sicurezza”. Nella nota, i due ministri si dicono inoltre “soddisfatti” dei risultari raggiunti nei primi 15 giorni dell’offensiva congiunta avviata nella regione del Nord Kivu contro gruppi di ribelli hutu ruandesi attivi nella zona.
[AdL]


Congo, migliaia in marcia verso il Rwanda

febbraio 9, 2009

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Migliaia di ruandesi che vivono nel paese, compresi molti che fuggirono dal genocidio del 1994, stanno cercando di oltrepassare il confine per tornare in Rwanda. Lo riferisce Ron Redmond, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr). Qualcuno è in marcia da due giorni per raggiungere i centri dell’Unchr nel Sud Kivu dove vengono distribuiti gli aiuti. Al momento, secondo i dati dell’agenzia Onu, sarebbero più di 1400 i ruandesi che hanno superato il confine. Nelle ultime settimane di gennaio 3500 soldati dell’esercito ruandese sono entrati nel Nord Kivu per dare la caccia alle milizie del generale Laurent Nkunda. Il presidente del Congo, Joseph Kabila ha detto che le forze ruandesi lasceranno il paese entro la fine di febbraio.


Congo, l’inferno nel nostro corpo – Lo stupro una strategia di guerra

febbraio 6, 2009

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«Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, l’est della Repubblica Democratica del Congo.

Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti. Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse – mentre scriviamo – già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le milizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruandese del ’94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, combattenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l’esercito regolare.

Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l’esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri inferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro problema? » si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall’immobilismo di Kinshasa e da sempre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l’antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne».

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare.

Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l’agenzia dell’Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vittime di stupro dal 98, ma quelle che tacciono per vergogna sarebbero molte di più.

«È un femminicidio: gli stupri aumentano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli attacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno bisogno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, Action Aid ha fondato un movimento femminile che a novembre, durante l’assedio di Nkunda, ha riempito lo stadio al grido “stop aux viols”. E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all’est del Congo, l’Onu, quando l’anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali.

Ma per ora, qui, domina l’impunità: «Con i militari si può solo segnalare l’esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvocatessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimonianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione». Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l’aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo piccolo Oliver: «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L’anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare “uccidetemi!”». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l’ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall’alba al tramonto, gettata tra i banani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L’ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore».

Emanuela Zuccalà


NORD KIVU: RIUNIONE KINSHASA-KIGALI, CIVILI AL FIANCO CASCHI BLU

febbraio 6, 2009

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I ministri degli Affari Esteri di Congo e Rwanda, rispettivamente Rosemary Museminali e Tambwe Mwamba, hanno cominciato ieri una riunione di valutazione dell’operazione militare congiunta in corso in Nord Kivu contro i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr). Lo riferisce la radio pubblica ruandese precisando che l’incontro, in corso ancora oggi a Rubavu, nel nord del Rwanda, verte oltre che sulle operazioni di disarmo delle Fdlr anche “sulla questione del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), le relazioni diplomatiche e la cooperazione”. L’incontro, secondo la stampa locale, avviene in seguito ad un’altra riunione sugli stessi argomenti svoltasi a dicembre scorso a Goma, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Intanto, dal Nord Kivu, la missione delle Nazioni Unite nel paese (Monuc) ha detto di aver dispiegato al fianco dei caschi blu, squadre di civili in alcune delle sue basi strategiche su territorio. “Lo scopo del dispiegamento di gruppi di civili, già parte del personale della missione in settori come la protezione dei minori e gli affari politici, nelle basi di Walikale, Kanyabayonga, Nyamilima e Pinga – hanno spiegato fonti della Monuc – è di rafforzare l’interazione con la popolazione locale e proteggerla dalle violenze in atto nella regione”.[AdL]


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