PROVINCIA ORIENTALE: NUOVI BILANCI E CONFUSE DICHIARAZIONI

febbraio 17, 2009

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Contraddittorie dichiarazioni e bilanci dell’ultima ora hanno contribuito a rendere ancor più confuso il già parziale quadro cu ciò che sta avvenendo nella Provincia orientale, da settembre teatro di una serie di incursioni cruente attribuite ai ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s resistance army, Lra). Un’operazione congiunta degli eserciti di Repubblica democratica del Congo e Uganda, con il sostegno del Sud Sudan, avrebbe dovuto secondo accordi terminare alla fine di febbraio; ieri, un portavoce di Kampala ha però sostenuto che i militari ugandesi sono stati autorizzati a proseguire le operazioni in Congo a tempo indeterminato, fino al completo annientamento dei ribelli Lra. Dichiarazioni smentite da un portavoce militare congolese secondo il quale alla fine del mese si terrà invece un vertice tra i presidenti dei due paesi in una imprecisata località di confine. Fonti militari ugandesi hanno sostenuto che da dicembre almeno 146 ribelli sono stati uccisi sia in combattimenti terrestri sia in seguito a bombardamenti aerei. L’assenza di affidabili vie di comunicazione e il generale stato di insicurezza in cui versa una tra le regioni più remote del paese rendono difficile verificare le informazioni e stanno complicando le operazioni di soccorso dirette alla popolazione civile. Secondo stime dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) oltre 130.000 persone sono state costrette a fuggire disperdendosi nelle foreste, raggiungendo i centri principali e attraversando la frontiera con il Sud Sudan; in 7000, notizia riferita nelle ultime ore dall’Ocha, hanno trovato rifugio in Uganda; dopo l’inizio dell’operazione militare, a dicembre, una nuova ondata di attacchi e violenze ha fatto salire il numero delle vittime civili nella Provincia orientale ad almeno 900.[GB]


BREVI DA FRONTI DI GUERRA E DI CRISI (Iraq, Cisgiordania, Libano, R.d. Congo)

febbraio 6, 2009

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 R.D. CONGO – Un numero ancora imprecisato di civili è segnalato in fuga della zona di Kalehe, a nord di Bukavu (capoluogo della provincia orientale del Sud Kivu). Secondo fonti Onu, i civili starebbero abbandonando le località verso cui stanno avanzando i militari dell’operazione congiunta tra gli eserciti di Congo e Rwanda contro le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), nel timore dell’accendersi di scontri. [MZ]


Ban Ki-moon chiede inchiesta su uccisione giornalista

novembre 26, 2008

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Didace Namujimbo era reporter di una radio dell’Onu 

Goma, 25 nov. (Ap) – Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto un’inchiesta indipendente sull’uccisione di Didace Namujimbo, un reporter dell’emittente dell’Onu, Radio Okapi, colpito alla schiena e al collo da colpi di arma da fuoco venerdì sera fuori dalla sua casa a Bukavu, la capitale del sud del Kivu.

La sua morte “mette in luce ancora una volta la profonda insicurezza che regna nella Repubblica Democratica del Congo, particolarmente per i giornalisti il cui lavoro li rende particolarmente vulnerabili” ha detto Ban in un comunicato.

Namujimbo aveva ampiamente lavorato sulla notizia della morte di un suo collega di Radio Okapi, Serge Maheshe, ucciso in circostanze simili nel giugno 2007. Lo ha spiegato a Reporters sans frontiers il direttore dell’emittente, Leonard Mulamba.

Il tribunale, che ha condannato tre persone per l’uccisione di Maheshe non è stato però in grado di determinare se il giornalista sia stato ammazzato per il lavoro che svolgeva o meno. Tuttavia esperti legali, nazionali e non, hanno trovato irregolarità nelle procedure legali.

La domanda ora è se Didace Namujimbo sia stato ucciso dalle stesse persone. Un portavoce delle Nazioni Unite Madnodje Mounoubai ha spiegato che Namujimbo – 34 anni, sposato e con due figli – non aveva mai ricevuto minacce di morte. I suoi killer hanno portato con sè il cellulare della vittima ma non i soldi o il computer.

Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha spiegato che Namujimbo è il quinto giornalista congolese ucciso dal 2005. “L’impunità per violenza contro i media è più una regola che un’eccezione in Congo” ha detto Tom Rhodes, del comitato con sede a New York che nel 2007 ha classificato il Congo uno dei paesi peggiori in termini di libertà di stampa. 


BUKAVU: IN CENTINAIA AI FUNERALI DEL GIORNALISTA UCCISO

novembre 25, 2008

articolo di MISNA, agenzia giornalistica dei Comboniani

Serge Maheshe et Didace Namujimbo à Okapi Bukavu [foto Radio Okapi]

Centinaia di persone hanno partecipato oggi a Bukavu,  capoluogo della provincia del Sud Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo – ai funerali di Didace Namujimbo, giornalista dell’emittente radiofonica ‘Radio Okapi’, assassinato venerdì notte non lontano dalla sua abitazione. Una cerimonia in ricordo del giornalista si è poi tenuta nella sede della Missione Onu a Bukavu, prima che le spoglie di Namujimbo venissero trasferite al cimitero locale. Le circostanze dell’omicidio restano ancora poco chiare; l’unica cosa certa è che l’uomo è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca venerdì verso le 21:30 non lontano dalla sua abitazione. Il personale delle Nazioni Unite, associazioni locali e il sindacato dei giornalisti congolesi (unpc) hanno ripetutamente chiesto al governo di indagare approfonditamente le cause della morte di Namujimbo e di garantire la sicurezza degli operatori dellinformazione, ricordando che negli ultimi tre anni sono sette i giornalisti assassinati in circostanze mai chiarite. I vertici della polizia del Sud Kivu hanno fatto sapere, proprio ai microfoni di Radio Okapi, di aver già aperto un’inchiesta, aggiungendo che le indagini sono già sulle buona strada. Lo scorso anno, sempre a Bukavu, Serge Maheshe – un altro giornalista di Radio Okapi, l’emittente radiofonica dell’Onu – era stato assassinato in circostanze mai chiarite veramente. [MZ


Didace Namujimbo

novembre 23, 2008

ASSASSINATO A BUKAVU GIORNALISTA

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Alle 5,54 della mattina chiamano da Bukavu. “Questa volta purtroppo abbiamo una notizia terribile” esordiscono tra l’emozione e lo sconforto “ieri sera hanno ammazzato Didace.” Tra le lacrime la telefonata continua e mi raccontano  tutto quello che è successo.
Didace Namujimbo era un giornalista di Radio Okapi e si occupava soprattutto di cronaca politica in un paese come la Repubblica Democratica del Congo, dove fare il giornalista è più pericoloso che stare in trincea.
Chi l’ha ucciso non l’ha fatto per sbaglio… è il secondo giornalista di quella radio ucciso in due anni. Il motivo è chiaro: imporre il silenzio e annientare con il terrore ogni tentativo di affermare il primato della giustizia e della pace.

Ieri sera mentre rientrava a casa è stato raggiunto da alcune persone. I vicini hanno sentito alzare la voce e poi un colpo di arma da fuoco: la paura che gli spari potessero continuare e il buio, hanno tenuto tutti in casa e solo dopo qualche ora chi è uscito ha trovato il corpo esanime di Didace.
I proiettili trovati sul corpo non lasciano dubbi sul fatto che l’assassino ha utilizzato un’arma da guerra e che quindi probabilmente si sia trattato di un militare. Non si è trattato di banditi perché sul corpo sono stati trovati i soldi ed il cellulare.
Una folla enorme di giovani della città si è formata attorno all’ospedale in cui è custodita la salma per esprimere il loro cordoglio e la loro rabbia.
C’era la seria preoccupazione che questa rabbia si trasformasse in violenza contro i comandanti della MONUC (la missione di pace delle Nazioni Unite) che non hanno saputo proteggere chi lavora al servizio della informazione. In diversi hanno lanciato sassi e i tafferugli sono stati fermati con i lacrimogeni.
Pubblichiamo questo articolo perchè pensiamo che la violenza non può essere combattuta con l’odio, ma con la forza della verità.
L’intera città di Imola e quella di Castel S. Pietro sono profondamente colpite da questo lutto perché tante sono le iniziative che in questi anni sono state portate avanti in collaborazione con i giovani della Comunità di Bukavu.

Confusion Reigns on Congo’s Front Line

novembre 19, 2008

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Walter Astrada for The New York Times
KIBUMBA, Congo — The moment the truck pulled into town, the whole village began to sprint.

Into the road dashed old men in threadbare sport coats, teenage boys with mismatched flip-flops and 7-year-olds with protruding bellybuttons who should have been in school. They all swarmed the truck, hoisting cabbages, carrots, kebabs, papayas and toasted ears of corn they hoped to sell, yelling “Gari ! Gari!” Truck! Truck!

A group of rebel soldiers lounged nearby, most with assault rifles, one incongruously carrying a spear. Just up the road, a captain from the Congolese Army, with whom the rebels have declared a tenuous cease-fire, sat atop a mound of biscuit wrappers and cigarette butts, studiously reading a paperback titled “The Way to Happiness.”

A certain sense of desperation — and weirdness — seems to be creeping across eastern Congo as more territory slips into a jumbled world between government and rebel control.

Most of the fighting has stopped, and on Tuesday the rebels agreed to vacate certain areas to allow aid workers unfettered access to the thousands of needy Congolese. But it seems that the longer the instability continues — it has been about three weeks since the rebels began a major offensive, casting this whole region into crisis mode — the more dysfunctional and confusing life here gets.

The front line, as people here call it, is basically a blurry edge, where the government and rebel zones peter out. There are no checkpoints or fortified positions. No troops eyeballing each other through carefully calibrated rifle scopes. Definitely no formal demilitarized zone.

On Tuesday, a few Congolese soldiers boiled potatoes over a small campfire. After a gap of 300 yards, most of it thick, uninhabited bush, five or six rebels sat in the wet grass, listening to a radio.

Some of the Congolese soldiers on patrol do not even speak Swahili or French, the two most widely spoken languages in eastern Congo. This has fueled rumors that the Angolans are back in the fray. In 1998, Angola sent thousands of troops into Congo to repel a Rwandan-sponsored rebel group. On Tuesday, a Congolese lieutenant named Joao rushed up to a Western journalist, flashed a huge grin and yelled, “Hola, amigo!”

He said he had trained in Angola and Spain, but was indeed Congolese. His tight-fitting uniform, cut with boxy shoulders and a trim waist in the spirit of a finely tailored Italian suit, was completely different from the other Congolese soldiers’ attire.

Congo has been in turmoil for more than a decade. But this round of fighting seems different from the scattered battles in the past several years over strategic sites like gold mines and airfields. This time, the conflict seems broader and more focused politically, with the rebels’ leader, Laurent Nkunda, talking at times of marching to the capital and toppling the government. On Sunday, he ditched his signature military fatigues for a crisp suit and met with United Nations officials to negotiate about negotiating.

The situation has left large swaths of the country in limbo. It is not so much that the government is in charge or the rebels are in charge. Nobody, it seems, is in charge.

In Kibumba, a village at the edge of rebel territory about 20 miles north of Goma — the provincial capital the rebels were poised to seize before declaring a unilateral cease-fire late last month — hundreds of children have been turned into desperate street hawkers because their schools were looted last month and no authority has decided what to do about it.

A boy named Severai, who said he was 12 but did not look much more than 8, was scampering after the few trucks that passed through Kibumba on Tuesday, trying to sell their drivers armloads of onions for the equivalent of 20 cents.

“Haven’t sold one yet,” he said, smiling shyly. “But I’ll keep trying.”

The land around here is amazingly fertile. It is the rainy season, and everything seems green and ripe.

Still, many people are refusing to go back home after fleeing the recent fighting. Kahombo Sebeyeko, a 50-year-old farmer with six children, stood in the rain on Tuesday at a camp for internally displaced people. Behind him, for miles, stretched tents, lean-tos and little domes made from dried banana leaves, the same type of flimsy structures in which hundreds of thousands of people across eastern Congo now live.

“We are waiting for the order to go back,” he explained.

From whom?

A blank stare.

“The government,” he said, in a way that was less an answer than a question.


Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d’assedio

novembre 10, 2008

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Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d'assedio

Rifugiati a Kibati

GOMA – L’Angola nega ufficialmente di avere suoi soldati nel Congo. Ma non esclude di poterli inviare in futuro se la situazione, come sembra, dovesse degenerare. Il tema, come era prevedibile, si è imposto al vertice di Johannesburg che il presidente sudafricano Rgalema Motlanthe ha convocato in mattinata subito dopo il fallimento di quello di Nairobi. Il Congo brucia, ma è tutta la regione che rischia di trasformarsi in un incendio incontrollabile.

L’Unione africana è preoccupata. In Kenya non si è deciso nulla, se non richiedere, per l’ennesima volta, la cessazione delle ostilità e l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere la popolazione civile. Ma sul terreno gli scontri proseguono. Piccole scaramucce, con i ribelli e i soldati dell’esercito regolare congolese che si scrutano a poche centiania di metri. I primi arroccati sulle colline che precedono la catena del Misisi e al nord, a Rutshuru; i secondi dietro i blocchi, le sbarre, i posti di controllo, i bidoni e i sassi piazzati all’entrata e all’uscita della città.

Goma vive un’atmosfera d’assedio. La gente va e viene, cammina, si affretta, quasi corre facendo le cose che fa tutti i giorni. Ma con la paura dentro, l’incertezza, la consapevolezza che qualcosa prima o poi accadrà. Sente soprattutto l’assenza di una guida centrale. A Kinshasa, tra militari e potere politico si è aperta una frattura. La smacco subìto dieci giorni fa dai ribelli di Nkunda ha ferito orgogli e provocato frustrazioni tra gli alti ufficiali congolesi.

In mattinata si è aperto un nuovo fronte di guerra. Per sei ore i ribelli del generale Nkunda hanno respinto un attacco delle milizie Mai-Mai, ormai entrate anche loro ufficialmente nel conflitto, e quelle degli interhamwe degli estremisti hutu. L’esercito congolese le ha mandate in avanscoperta, restando a vigilare sui blocchi che ha piazzato attorno alla città. I soldati della Monuc sostano nelle piazze a bordo dei loro carri armati, rafforzano le postazioni sparpagliate nella regione; le ong hanno ripreso a lavorare ma tra mille difficoltà e ostacoli. Non riescono a raggiungere tutti gli sfollati. Enormi campi rifugiati sono sorti un po’ ovunque, interrotti da terre di nessuno, lunghe 5-600 metri dove i ribelli e i soldati si fronteggiano, piazzando nelle trince e su muri di terra le mitragliatrici pesanti.

Alle prime luci dell’alba è scattato l’attacco. Ma per la prima volta a sud. A Ngugu, quella che viene considerata la porta di accesso al Kivu meridionale, dove sorge Bukavu, già conquistata simbolicamente da Nkunda nel 1996, all’inizio della sua ribellione. Le milizie Mai-mai e quelle degli estremisti hutu del Fdlr hanno inziato a bombardare con i mortai le postazioni dei ribelli del Cndp. Nkunda ha risposto al fuoco. La gente si è trovata in mezzo e almeno centomila persone, dice l’Onu, hanno iniziato a fuggire verso nord, verso Goma.

La notizia è arrivata al vertice di Johannesburg. Il presidente Motlanthe ha interrotto i lavori, ha giudicato gravissima la situazione nel Kivu, ha esortato tutti a interrompere le ostilità e ad affrontare i nodi del conflitto. E’ preoccupato anche della situazione in Zimbabwe: da sei mesi è paralizzato da una trattiva che non trova sbocchi. Mugabe non molla. Accetta di farsi da parte ma vuole i ministeri chiave del futuro governo: Difesa, Interno e Finanze. Il leader dell’opposizione Tsvangirai protesta; è diventato primo ministro non ha la forza necessaria per imporsi.

Motlanthe ha chiesto anche questa volta responsabilità. Si rende conto, come tutta l’Unione africana, che l’intero Continente ribolle di tensioni e conflitti regionali. Il Congo potrebbe trascinare nel conflitto l’Angola, seguita dallo Zimbabwe e potrebbe far reagire il Ruanda, con il Burundi, la Tanzania, l’Uganda. La miccia brucia al centro, nel Kivu, e lo stallo provocato da Mugabe ne accende altre a est.

L’Onu ha chiesto ai suoi 6 mila caschi blu schierati attorno a Goma di difendere con ogni mezzo la città. L’Unione europea ha bocciato l’idea di spedire un altro contigente sul posto. Ma preme sul piano politico-diplomatico. Con una mossa che rischia di accendere altre tensioni: la Germania ha arrestato il capo del protocollo del presidente ruandese Rose Kabuje. Era colpita da un ordine di cattura internazionale spiccato dal giudice francese Jean Louis Bruguiere. Il magistrato l’accusa, assieme allo stesso presidente Paul Kagame, di responsabilità nel genocidio del 1994. Un provvedimento che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Kigali.

(9 novembre 2008)


In Congo si è ripreso a combattere Nel conflitto anche truppe dell’Angola

novembre 10, 2008

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Colpi di mortaio e di armi leggere nei pressi di Kibati, a pochi chilometri da un grande campo profughi

KIBATI – La situazione in Congo è sempre più esplosiva. Sono ripresi i combattimenti fra i ribelli di Laurent Nkunda e le forze governative congolesi vicino a Goma, il capoluogo del Nord Kivu, nel nord est della Repubblica democratica del Congo. Anche le truppe dell’Angola sono entrate nel conflitto congolese. Ufficiali delle Nazioni Unite hanno infatti riferito che truppe angolesi stanno combattendo al fianco dei soldati della Repubblica Democratica del Congo contro i ribelli di Laurent Nkunda nell’est del Paese. I combattimenti, con scambio di colpi di mortaio e di armi leggere, sono divampati nei pressi di Kibati (circa sette km a nord di Goma), a pochi chilometri da un grande campo profughi. Gli scontri hanno seminato il panico fra i rifugiati in attesa di ricevere cibo dal Pam, il Programma alimentare mondiale, dell’Onu, e migliaia di persone si sono date alla fuga verso Goma.

LIBERATO IL GIORNALISTA BELGA – Nel frattempo è stato liberato Thomas Scheen, il giornalista belga corrispondente del quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” rapito martedì scorso. Lo ha confermato il ministero degli Esteri tedesco, precisando che il 43enne Scheen, e i suoi due assistenti locali sono in salvo nelle mani della Monuc, la missione di caschi blu dell’Onu. Il quotidiano tedesco aveva riferito mercoledì scorso che il corrispondente era stato catturato mentre si trovava tra due fronti in combattimento nella regione orientale. Altre fonti avevano indicato che Scheen era stato sequestrato in una zona in cui sono in corso gli scontri tra le milizie Mai-Mai e le forze ribelli guidate dal generale Laurent Nkunda.

L’ONU: «RISCHIO DI ESTENSIONE DEL CONFLITTO» – Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha detto che il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) minaccia di estendersi a tutta la regione dei Grandi laghi africani, in un summit internazionale sulla crisi in corso a Nairobi, aggiungendo «che la comunità internazionale non può consentirlo». «La recente offensiva militare del CNDP (ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo, dell’ex generale congolese Laurent Nkunda) ha radicalmente aggravato la situazione, causato serie conseguenze umanitarie, e precipitato una volta di più l’est del paese in una fase di crisi», ha commentato il segretario dell’Onu. «È un momento critico per la regione dei Grandi laghi, per l’Africa intera. Dobbiamo lasciare il ciclo di violenza alle nostre spalle»


In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

novembre 9, 2008

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dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

Profughi nella zona di Goma
GOMA – Ci sono anche reparti di soldati angolani e dello Zimbabwe nelle zone del conflitto in corso nel Nord del Kivu. Nei giorni scorsi erano circolate voci che denunciavano la presenza di gruppi armati stranieri. Ma come accade in ogni guerra, soprattutto africana, era difficile distinguere la nazionalità di chi combatteva o imbracciava un’arma. Le divise si cambiano e si gettano. Anche per evitare ritorsioni. Il fronte da queste parti è mobile. Cambia quasi ogni giorno. Ma stamane è arrivata una conferma autorevole: è stata l’Onu, attraverso i suoi portavoce, a riferire di aver raccolto prove sempre più convincenti sulla presenza, a fianco delle truppe dell’esercito regolare della Rdc, di soldati di Luanda e di Harare.

Alcuni militari angolani sono stati segnalati vicino al confine con il Ruanda, ma a un centinaio di chilometri da Goma, quindi nella parte più a nord del Kivu. La cosa non è stata confermata dalle autorità di Kigali impegnate a restare fuori dal conflitto, pur seguendo con molta apprensione quanto accade a due passi da casa. L’Angola è tradizionalmente legata al Congo. Per origini storiche, quando le sua parte settentrionale apparteneva al regno del Congo. Per affinità di interessi, visto che sono in molti a voler sfruttare l’enorme quantità di risorse minerali del paese. Ma l’arrivo sulla scena di consiglieri di altri eserciti è considerato, da molti osservatori, un segnale allarmante. Si rischia davvero di estendere il conflitto.

Il vertice di Nairobi non ha prodotto risultati rilevanti. E’ stato un incontro interlocutorio. Ma è servito a riassumere i nodi del contenzioso. Di fronte alle posizioni concilianti ma rigide sui torti e sulle ragioni dei diversi attori coinvolti nello scenario dei Grandi Laghi, al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon non è rimasto altro che chiedere un forte impegno internazionale. “Il conflitto in corso nel Nord del Kivu”, ha annunciato davanti ai giornalisti, “rischia di allargarsi e di incendiare tutta la regione. Ci sono 250 mila sfollati ridotti allo stremo che non hanno assistenza e soccorso. I continui scontri attorno e a nord di Goma impediscono il lavoro delle organizzazioni internazionali. Chiediamo di nuovo l’apertura di un corridoio umanitario e la creazione di isole che tutelino la popolazione civile”.

Le Nazioni unite accusano gli uomini del generale Laurent Nkunda del massacro di decine di civili. Alcuni caschi blu sono riusciti a raggiungere il villaggio di Kiwanja, 80 chilometri a nord di Goma, dove giovedì scorso c’era stata una furibonda battaglia. Conquistato dai ribelli del generale, il villaggio era stato poi attaccato dalle milizie dei Mai-Mai, da sempre nemici dei tutsi jomba, alla quale appartiene Nkunda e schierati al fianco dell’esercito congolese. I soldati dell’Onu hanno scoperto 11 fosse comuni con dentro 26 corpi, tra miliziani e civili. Il portavoce del Cnlp, Bertrand Bisimwa, non nega la circostanza. “Ci sono stati molti scontri, con armi anche pesanti. Abbiamo respinto l’assalto dei Mai-Mai e come sempre accade in questi frangenti la popolazione civile è rimasta tra due fuochi”. Ma Bisimwa smentisce, nel modo più categorico, come ritiene l’Onu, che ci sia stato un rastrellamento nel villaggio e un’esecuzione dei civili sospettati di parteggiare per i Mai-Mai.

Difficile distinguere, provare, denunciare in situazioni come queste. Le guerre, da sempre, sono tratteggiate da orrore, violazione di diritti umani, torture, soprusi, angherie. A pagarne il prezzo sono i civili. Il dramma riguarda loro. Donne, vecchi e bambini che resistono come possono, vagando di campo in campo, rifugiandosi spesso nelle foreste per sfuggire alle battaglie, svuotando i villaggi che vengono regolarmente saccheggiati e dati alle fiamme.

La forte presa di posizione del segretario generale dell’Onu è arrivata dopo una serie di colloqui bilaterali al vertice di Nairobi. Oltre a Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Sudafrica e Unione africana, erano presenti per la prima volta i due protagonisti della crisi: il presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo omologo della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila. I due non si parlano da due anni, da quando la ribellione del generale Nkunda, ex ufficiale dell’esercito della Rdc, si è allargata al nord del Kivu. Kabila, figlio di Laurent Desirè Kabila, un personaggio di spicco del movimento di liberazione degli anni Settanta, poi assassinato in un attentato a Kinshasa, accusa il Ruanda di appoggiare indirettamente i ribelli del Cndp. Cosa che Kigali nega recisamente, sostenendo che l’attuale conflitto è una questione interna al Congo.

All’origine della guerra, quasi ininterrotta dal 1996, c’è la presenza delle milizie hutu interhawne del Fdlr, il Fronte democratico di liberazione del Ruanda. Si tratta di decine di migliaia di rifugiati fuggiti in Congo dopo aver partecipato attivamente al genocidio in Ruanda di un milione di tutsi e moderati hutu. Sistemati in enormi tendopoli, lungo il confine est del Congo, hanno vissuto in condizioni difficili e precarie. La maggioranza era composta da civili. Gente che aveva paura delle ritorsioni per il solo fatto di essere hutu. Ma consapevoli che le milizie della loro stessa etnia, anche queste presenti nei campi di rifugiati, si erano macchiate di massacri spaventosi. Per un paio d’anni, gli interhawne si sono abbandonati ad altre violenze e si sono accaniti soprattutto nei confonti dei congolesi di etnia tutsi che vivono nel Kivu. Dopo anni di guerriglia sotterranea, il genarale Nkunda decide si mettersi alla testa dei cogolesi tutsi. Lascia l’esercito regolare e si rifugia nel Kivu. Il conflitto riprende con scontri sempre più violenti. Fino al 2007 quando, sotto l’egida dell’Onu, viene firmato un accordo: il Congo si impegna a disarmare tutte le milizie presenti sul posto (tra le quali i famigerati Mai-Mai, che ieri hanno rilasciato un giornalista belga preso in ostaggio per due giorni), il Ruanda a far rientrare la popolazione hutu fuggita.

Nel vertice di venerdì questo aspetto è stato riaffrontato e i due ministri degli esteri di Congo e Ruanda si sono rinfacciati le responsabilità del fallimento. Crescono le critiche anche nei confronti della Moduc, la missione Onu in Congo. E’ infuriata la popolazione locale che non si sente difesa, sono insofferenti gran parte degli Stati dei Grandi Laghi. “Si spendono miliardi di dollari, sono presenti 17 mila caschi blu”, ci diceva stamani il ministro dell’Informazione di Kigali, Louise Mushikiwabo. “E’ il più grande impegno delle Nazioni Unite. Eppure è stato fatto ben poco. Basta poco per spegnere l’incendio: bisogna applicare gli accordi di due anni fa. Disarmare tutte le milizie presenti nella regione, risolvere il problema del Fdlr, protagonisti del genocidio del 1994, rendere più trasparenti i contratti minerari per l’estrazione di materie prime”.

L’Onu ha intenzione di chiedere una modifica delle regole d’ingaggio dei caschi blu. Più interventi armati, maggiore libertà nelle reazioni. Ma vuole anche conservare la sua posizione equidistante e reagire solo nei casi estremi. Una posizione difficile. Quasi una trappola. Che ha portato alle dimissioni, appena due mesi dopo la nomina, del comandante spagnolo Vincente Diaz di Villegas. Al suo posto è stato chiamato un senegalese, il generale Babacar Gaye.

(8 novembre 2008)


Congo, arrivano gli aiuti Onu «Centomila sfollati in una settimana»

novembre 8, 2008

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A Rutshuru convoglio con acqua e medicine. Coprifuoco a Goma. L’Unicef: «Sessantamila bimbi in fuga»

RUTSHURU (Congo) – Resta alta la tensione nel Congo orientale. Nella zona maggiormente devastata dai combattimenti tra l’esercito regolare e i miliziani del Consiglio nazionale per la difesa del popolo di Laurent Nkunda, l’ex generale che capeggia la ribellione, si aggira lo spettro di un altro genocidio. Intanto il governo di Kinshasa oppone un netto no alla proposta avanzata da Nkunda di un negoziato diretto con il leader dei ribelli della provincia orientale del Nord-Kivu, guidati dall’ex generale tutsi Laurent Nkunda. «Non ci sono piccoli e grandi gruppi armati. Il fatto di creare un disastro umanitario non procura diritti speciali» rispetto agli altri gruppi armati che operano nella provincia del Nord-Kivu, ha dichiarato il portavoce del governo, Lambert Mende. Lunedì mattina intanto è arrivato senza problemi a Rutshuru, la città nella parte orientale del Congo che è divenuta la roccaforte dei ribelli, un convoglio umanitario dell’Onu, al quale hanno contribuito anche delle organizzazioni non governative. Il convoglio, partito lunedì mattina da Goma e scortato dai caschi blu, trasporta medicine e acque. Dovrebbe subito iniziare a distribuire il materiale.

CAMPI PROFUGHI DESERTI – Il convoglio, entrato per la prima volta, nella zona conquistata dai ribelli nell’est del Congo da quando sono scoppiati gli scontri la scorsa settimana, ha trovati i campi profughi deserti. «Sono andati tutti via. Tutti i rifugi sono stati distrutti… non rimane niente», ha detto alla Reuters Francis Nakwafio Kasai, funzionario dell’Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha). Il convoglio dell’Onu, con medicinali e assistenti umanitari a bordo, scortato dalle truppe dell’Onu, ha attraversato la linea degli scontri nella provincia del Kivu del nord, raggiungendo la città di Rutshuru, in mano ai ribelli. L’agenzia Onu per i rifugiati (Acnur) ha detto di temere che almeno 50.000 civili sfollati abbiano abbandonato o siano stati costretti a lasciare i campi attorno alla città, che si trova a 70 chilometri a nord del capoluogo della provincia, Goma. Kasai ha riferito che i cooperanti stanno cercando di capire dove siano stati mandati i profughi. Alcuni potrebbero avere cercato zone più sicure, altri essere tornati a casa. Si teme che molti di loro si aggirino nella boscaglia, cercando riparo e aiuto dopo gli attacchi dei guerriglieri tutsi fedeli al generale Laurent Nkunda.

COPRIFUOCO – Nel frattempo le autorità della provincia del Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), hanno decretato il coprifuoco proprio nella capitale provinciale Goma, minacciata dai ribelli che si sono attestati a un quindicina di chilometri di distanza. Il coprifuoco – in vigore dalle 23:00 alle 05:00 – è stato imposto, ha dichiarato il governatore del Nord Kivu, Julien Paluko, «per controllare meglio i movimenti notturni e diurni della popolazione». I ribelli di Laurent Nkunda sono alle porte della città da mercoledì, dopo aver inflitto una pesante sconfitta ai soldati dell’esercito regolare. Nel corso della settimana a Goma vi sono stati saccheggi, compiuti da entrambe le parti in guerra ma soprattutto dai governativi in fuga.

«CENTOMILA SFOLLATI» – «Centomila persone, di cui almeno 60 mila bambini, la scorsa settimana sono state costrette a fuggire dalle loro case nella provincia di Nord-Kivu, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), a causa degli scontri tra forze governative e ribelli». Queste le cifre fornite dall’Unicef in un comunicato in cui si aggiunge che da quando due mesi fa i combattimenti sono ripresi il numero dei profughi è di almeno 250 mila. Altre fonti sostengono che nella provincia di Nord-Kivu, sono almeno un milione i civili che si sono visti costretti a lasciare le loro abitazioni.

KOUCHNER – La crisi in Congo intanto investe anche la diplomazia europea. Il ministro francese degli Esteri Bernard Kouchner ha detto che la missione dell’Onu nella Repubblica Democratica dovrà avere «soldati diversi, regole d’ingaggio e volontà di comando diversi». «Ci sono truppe intere incapaci di impegnarsi in un’azione, certo non offensiva ma difensiva, perché le loro regole d’ingaggio non sono sufficienti o sono molto restrittive», ha sottolineato il ministro ai giornalisti dopo un incontro informale tra i 27 ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Marsiglia.

FRATTINI – Su un’eventuale missione europea in Congo interviene anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, giudicando «assolutamente prematura» l’ipotesi. «Non vi saranno truppe europee, l’aiuto umanitario avrà la prevalenza, e se vi saranno interventi europei saranno interventi di sicurezza per garantire che gli aiuti umanitari arrivino a destinazione» ha precisato Frattini. I Ventisette, ha spiegato il titolare della Farensina, hanno concordato sulla priorità di «rafforzare in primo luogo la missione dell’Onu (Monuc) che ha un grande numero di soldati, di peacekeeper e un grande numero di mezzi a disposizione». «Prima di pensare a una missione dell’Europa, che verrebbe vista da alcuni come un’interferenza inaccettabile, pensiamo a fare funzionare quello che c’è» ha ribadito Frattini.


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