NORD KIVU: PROSEGUONO I COMBATTIMENTI, MIGLIAIA DI RUANDESI RIMPATRIATI

febbraio 18, 2009

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È di almeno 11 combattenti uccisi il bilancio dell’ultimo attacco sferrato dalle truppe di coalizione congo-ruandesi contro le Forze per la democrazia e la liberazione del Ruanda (Fdlr) in due località nei pressi di Walikale. Secondo il capitano Olivier Hamuli, portavoce della coalizione, i soldati avrebberocatturato inoltre diversi combattenti e sequestrato mezzi e munizioni. I campi di battaglia in cui l’esercito e i ribelli si sono affrontati sono quelli di Mbakimbaku e Lukaraba, e al termine dei combattimenti i militari sono entrati in possesso di un’importante base logistica delle Fdlr a Lusamambo. Intanto, sono almeno 400 i civili ruandesi candidati al rimpatrio volontario che attendono da circa una settimana di rientrare nel loro paese. La metà di questi è stata identificata a Hombo, sud-ovest di Walikale, mentre altri 200 circa si trovavano nella vicina località di Busurungu. In un comunicato diffuso oggi tuttavia, le Fdlr accusano la missione delle Nazioni unite in Congo (Monuc) “di aver partecipato al raid aereo della coalizione, il 12 febbraio 2009 sulla loclaità di Gashebere, nel Nord Kivu” che avrebbe causato due feriti e centinaia di sfollati. “Sono dichiarazioni completamente false” ha detto alla MISNA il portavoce della Monuc, Madnodje Mounoubai, precisando che “dall’inizio dell’offensiva e fino a questo momento la missione non ha partecipato in alcun modo alle operazioni contro le Fdlr”. Dall’inizio dell’offensiva, il 20 gennaio scorso, circa 1000 combattenti e 3500 civili ruandesi sono stati rimpatriati in Ruanda dalle principali località in cui sono in corso le operazioni: Walikale, Kanyabayonga, Nyamilima e Pinga.
[AdL]


NORD KIVU: ACCORDO PER ESTRADIZIONE EX CAPO RIBELLE

febbraio 9, 2009

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L’ex-generale e guida dei ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) Laurent Nkunda, attualmente detenuto in Rwanda, sarà estradato in Congo dove sarà giudicato per le sue azioni. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Alexis Tambwe Mwamba al termine di una riunione con il suo omologo ruandese Rosemary Museminali, a Gisenyi (Rwanda). In un comunicato congiunto le delegazioni dei due paesi hanno reso noto che “è all’esame una strategia per garantire il trasferimento di Nkunda a Kinshasa in condizioni di totale sicurezza”. Nella nota, i due ministri si dicono inoltre “soddisfatti” dei risultari raggiunti nei primi 15 giorni dell’offensiva congiunta avviata nella regione del Nord Kivu contro gruppi di ribelli hutu ruandesi attivi nella zona.
[AdL]


Congo, migliaia in marcia verso il Rwanda

febbraio 9, 2009

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Migliaia di ruandesi che vivono nel paese, compresi molti che fuggirono dal genocidio del 1994, stanno cercando di oltrepassare il confine per tornare in Rwanda. Lo riferisce Ron Redmond, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr). Qualcuno è in marcia da due giorni per raggiungere i centri dell’Unchr nel Sud Kivu dove vengono distribuiti gli aiuti. Al momento, secondo i dati dell’agenzia Onu, sarebbero più di 1400 i ruandesi che hanno superato il confine. Nelle ultime settimane di gennaio 3500 soldati dell’esercito ruandese sono entrati nel Nord Kivu per dare la caccia alle milizie del generale Laurent Nkunda. Il presidente del Congo, Joseph Kabila ha detto che le forze ruandesi lasceranno il paese entro la fine di febbraio.


NORD KIVU: RIUNIONE KINSHASA-KIGALI, CIVILI AL FIANCO CASCHI BLU

febbraio 6, 2009

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I ministri degli Affari Esteri di Congo e Rwanda, rispettivamente Rosemary Museminali e Tambwe Mwamba, hanno cominciato ieri una riunione di valutazione dell’operazione militare congiunta in corso in Nord Kivu contro i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr). Lo riferisce la radio pubblica ruandese precisando che l’incontro, in corso ancora oggi a Rubavu, nel nord del Rwanda, verte oltre che sulle operazioni di disarmo delle Fdlr anche “sulla questione del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), le relazioni diplomatiche e la cooperazione”. L’incontro, secondo la stampa locale, avviene in seguito ad un’altra riunione sugli stessi argomenti svoltasi a dicembre scorso a Goma, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Intanto, dal Nord Kivu, la missione delle Nazioni Unite nel paese (Monuc) ha detto di aver dispiegato al fianco dei caschi blu, squadre di civili in alcune delle sue basi strategiche su territorio. “Lo scopo del dispiegamento di gruppi di civili, già parte del personale della missione in settori come la protezione dei minori e gli affari politici, nelle basi di Walikale, Kanyabayonga, Nyamilima e Pinga – hanno spiegato fonti della Monuc – è di rafforzare l’interazione con la popolazione locale e proteggerla dalle violenze in atto nella regione”.[AdL]


BREVI DA FRONTI DI GUERRA E DI CRISI (Iraq, Cisgiordania, Libano, R.d. Congo)

febbraio 6, 2009

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 R.D. CONGO – Un numero ancora imprecisato di civili è segnalato in fuga della zona di Kalehe, a nord di Bukavu (capoluogo della provincia orientale del Sud Kivu). Secondo fonti Onu, i civili starebbero abbandonando le località verso cui stanno avanzando i militari dell’operazione congiunta tra gli eserciti di Congo e Rwanda contro le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), nel timore dell’accendersi di scontri. [MZ]


Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d’assedio

novembre 10, 2008

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Congo, nuovi combattimenti A Goma clima d'assedio

Rifugiati a Kibati

GOMA – L’Angola nega ufficialmente di avere suoi soldati nel Congo. Ma non esclude di poterli inviare in futuro se la situazione, come sembra, dovesse degenerare. Il tema, come era prevedibile, si è imposto al vertice di Johannesburg che il presidente sudafricano Rgalema Motlanthe ha convocato in mattinata subito dopo il fallimento di quello di Nairobi. Il Congo brucia, ma è tutta la regione che rischia di trasformarsi in un incendio incontrollabile.

L’Unione africana è preoccupata. In Kenya non si è deciso nulla, se non richiedere, per l’ennesima volta, la cessazione delle ostilità e l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere la popolazione civile. Ma sul terreno gli scontri proseguono. Piccole scaramucce, con i ribelli e i soldati dell’esercito regolare congolese che si scrutano a poche centiania di metri. I primi arroccati sulle colline che precedono la catena del Misisi e al nord, a Rutshuru; i secondi dietro i blocchi, le sbarre, i posti di controllo, i bidoni e i sassi piazzati all’entrata e all’uscita della città.

Goma vive un’atmosfera d’assedio. La gente va e viene, cammina, si affretta, quasi corre facendo le cose che fa tutti i giorni. Ma con la paura dentro, l’incertezza, la consapevolezza che qualcosa prima o poi accadrà. Sente soprattutto l’assenza di una guida centrale. A Kinshasa, tra militari e potere politico si è aperta una frattura. La smacco subìto dieci giorni fa dai ribelli di Nkunda ha ferito orgogli e provocato frustrazioni tra gli alti ufficiali congolesi.

In mattinata si è aperto un nuovo fronte di guerra. Per sei ore i ribelli del generale Nkunda hanno respinto un attacco delle milizie Mai-Mai, ormai entrate anche loro ufficialmente nel conflitto, e quelle degli interhamwe degli estremisti hutu. L’esercito congolese le ha mandate in avanscoperta, restando a vigilare sui blocchi che ha piazzato attorno alla città. I soldati della Monuc sostano nelle piazze a bordo dei loro carri armati, rafforzano le postazioni sparpagliate nella regione; le ong hanno ripreso a lavorare ma tra mille difficoltà e ostacoli. Non riescono a raggiungere tutti gli sfollati. Enormi campi rifugiati sono sorti un po’ ovunque, interrotti da terre di nessuno, lunghe 5-600 metri dove i ribelli e i soldati si fronteggiano, piazzando nelle trince e su muri di terra le mitragliatrici pesanti.

Alle prime luci dell’alba è scattato l’attacco. Ma per la prima volta a sud. A Ngugu, quella che viene considerata la porta di accesso al Kivu meridionale, dove sorge Bukavu, già conquistata simbolicamente da Nkunda nel 1996, all’inizio della sua ribellione. Le milizie Mai-mai e quelle degli estremisti hutu del Fdlr hanno inziato a bombardare con i mortai le postazioni dei ribelli del Cndp. Nkunda ha risposto al fuoco. La gente si è trovata in mezzo e almeno centomila persone, dice l’Onu, hanno iniziato a fuggire verso nord, verso Goma.

La notizia è arrivata al vertice di Johannesburg. Il presidente Motlanthe ha interrotto i lavori, ha giudicato gravissima la situazione nel Kivu, ha esortato tutti a interrompere le ostilità e ad affrontare i nodi del conflitto. E’ preoccupato anche della situazione in Zimbabwe: da sei mesi è paralizzato da una trattiva che non trova sbocchi. Mugabe non molla. Accetta di farsi da parte ma vuole i ministeri chiave del futuro governo: Difesa, Interno e Finanze. Il leader dell’opposizione Tsvangirai protesta; è diventato primo ministro non ha la forza necessaria per imporsi.

Motlanthe ha chiesto anche questa volta responsabilità. Si rende conto, come tutta l’Unione africana, che l’intero Continente ribolle di tensioni e conflitti regionali. Il Congo potrebbe trascinare nel conflitto l’Angola, seguita dallo Zimbabwe e potrebbe far reagire il Ruanda, con il Burundi, la Tanzania, l’Uganda. La miccia brucia al centro, nel Kivu, e lo stallo provocato da Mugabe ne accende altre a est.

L’Onu ha chiesto ai suoi 6 mila caschi blu schierati attorno a Goma di difendere con ogni mezzo la città. L’Unione europea ha bocciato l’idea di spedire un altro contigente sul posto. Ma preme sul piano politico-diplomatico. Con una mossa che rischia di accendere altre tensioni: la Germania ha arrestato il capo del protocollo del presidente ruandese Rose Kabuje. Era colpita da un ordine di cattura internazionale spiccato dal giudice francese Jean Louis Bruguiere. Il magistrato l’accusa, assieme allo stesso presidente Paul Kagame, di responsabilità nel genocidio del 1994. Un provvedimento che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Parigi e Kigali.

(9 novembre 2008)


«Prenderemo Kinshasa, via i corrotti»

novembre 9, 2008

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Laurent Nkunda, 41 anni, noto per la sua ferocia: «C’è un patto segreto, il presidente ha venduto il Paese ai cinesi»

DAL NOSTRO INVIATO

KIROLIRWE (RDC) – Conosciuto come un mostro che appende alla cintura il pene dei nemici uccisi in battaglia, dipinto come un combattente sanguinario che non teme di ammazzare con le proprie mani chi gli si schiera contro, il generale congolese ribelle, Laurent Nkunda, 41 anni, scende dalla sua baracca con il bastone di comando ornato da un’aquila d’argento per il sentiero cha collega la sua abitazione alla palazzina semi diroccata dove alloggiano i suoi ospiti. Siamo a Kirolirwe, in quella che era un’azienda agricola a meno di cento chilometri da Goma e a 2100 metri d’altezza.

Per raggiungere il quartier generale di Nkunda, capoluogo del Nord Kivu, ci vogliono più di cinque ore. Le piogge torrenziali hanno devastato la pista tra le montagne. E poi ci sono i posti di blocco governativi, l’ultimo dei quali è difficile superare. Per passare la notte occorre essere attrezzati: il pavimento per letto, un materassino gonfiabile e una zanzariera portatile. Se si scorda la coperta sono guai: il freddo è pungente. Il prato è il bagno e la doccia una chimera. Ma il latte e il formaggio che vengono offerti agli ospiti sono eccellenti. L’ex fattoria in cui il generale ha trovato la sua provvisoria dimora apparteneva a una famiglia italiana: i Merlo.
Il generale arriva sorridente, divisa è linda e stirata alla perfezione, stivali che sembrano calzati per la prima volta, e manifesta subito il desiderio di scrollarsi di dosso la fama di sanguinario criminale.

«Noi non ammazziamo a sangue freddo nessuno, non saccheggiamo e non stupriamo. Se scopriamo che qualcuno dei nostri ha commesso questi crimini lo puniamo. In realtà spesso sono gli stessi civili che regolano i conti tra di loro, magari sono i vicini di capanna: saccheggiano, stuprano, ammazzano. La differenza tra la disciplina dei miei uomini e quella dei governativi è evidente». Effettivamente ai posti di blocco dell’esercito i soldati reclamano sempre soldi o sigarette. A quelli del CNDP (il Congrès National puor la Défense du Pueple, di Nkunda) nessuno osa chiedere un regalo o una mancia. «Ci accusano di feroci massacri e la diplomazia crede ciecamente a quello che gli dice il governo. Così è difficile trovare una soluzione politica. Noi diciamo che a massacrare la gente sono gli alleati dell’esercito: le milizie tribali mai-mai e gli irregolari dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) che il governo arma e foraggia».

Al vertice di Nairobi, ieri, è stato proposto un cessate il fuoco generale.
«Noi l’abbiamo dichiarato una settimana fa e se è stato violato non è colpa nostra. Ci hanno attaccato e abbiamo risposto. La nostra buona fede è data dal fatto che abbiamo accettato la richiesta di aprire corridoi umanitari per aiutare la popolazione civile».

Voi avete proposto negoziati diretti con il governo in cambio della pace.
«Tutti credono che parlare con il Ruanda sia sufficiente. Ma il Ruanda non ci rappresenta. Anzi siamo in lite perché abbiamo chiesto l’aiuto di Kigali senza ottenerlo, pur essendo anch’essa minacciata dall’FDLR, di cui chiediamo il disarmo. I ruandesi hanno ottenuto le loro concessioni e sono contenti così. Gli accordi di pace di dicembre sono stati applicati per la parte che riguardava il business ma non per quella che interessava di più alla popolazione».

Che succede se nei prossimi giorni continueranno a non parlare con voi?
«Conquisteremo Goma e poi arriveremo fino a Kinshasa. Ma prima cercheremo fino all’ultimo una soluzione politica. Non vogliamo la guerra. Siamo pronti a parlare con un mediatore neutrale, ma se non ci sarà altra scelta dovremo combatterla».

Una delle molle che ha fatto scattare la guerra a fine agosto è stata la notizia di un megacontratto con la Cina. Concessioni per sfruttare le ricchezze minerarie del Congo, in cambio di 9 miliardi di dollari in infrastrutture.
«È pura follia. Prima di tutto nessuno conosce approfonditamente i termini dell’accordo: né il ministro della pianificazione, né quello del bilancio. È un patto segreto tra il presidente Joseph Kabila e alcune aziende private cinesi. Com’è possibile ciò?».

Nkunda balza in piedi e si fa portare una lavagna (che ci faccia una lavagna in una casa diroccata in mezzo alla giungla è un mistero) e con il gesso disegna la mappa del Congo. Poi con un cerchio indica le aree più ricche e la ferrovia e l’autostrada che le dovrebbero attraversare, opere che – tra le altre cose – dovrebbero costruire i cinesi. La strada ferrata parte dal Katanga e arriva al mare, l’autostrada attraversa le miniere di Maniema e finisce a Kisangani, sul fiume Congo che dall’’ex Stanleyville comincia a essere navigabile.
«Le due arterie strada e l’autostrada servono solo per trasportare i minerali assegnati ai cinesi, fuori dal Paese. Nessun vantaggio per la popolazione. Si parla anche, come contentino, di ospedali e scuole, ma che senso ha senza medici e medicinali e senza insegnanti e libri? Quell’accordo dev’essere cancellato perché non va a beneficio della gente, ma solo di qualche esponente del governo. Consegna il Paese alla Cina che potrà sfruttarlo senza controllo. È il puro frutto del malaffare e della corruzione».

L’elezione di Barak Obama in America avrà influenza sul Congo?
«Macché. Io ho studiato anche comunicazione e per comunicare qualcosa bisogna che l’interlocutore ascolti. I dirigenti congolesi non vogliono dar retta a nessuno che possa cambiare il loro comportamenti e i loro interessi. Questi non sono al servizio del popolo e della nazione, ma di se stessi. Li cacceremo».

Massimo A. Alberizzi
08 novembre 2008(ultima modifica: 09 novembre 2008)


In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

novembre 9, 2008

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dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO

In Congo soldati di Angola e Zimbabwe L’Onu: “Il conflitto rischia di estendersi”

Profughi nella zona di Goma
GOMA – Ci sono anche reparti di soldati angolani e dello Zimbabwe nelle zone del conflitto in corso nel Nord del Kivu. Nei giorni scorsi erano circolate voci che denunciavano la presenza di gruppi armati stranieri. Ma come accade in ogni guerra, soprattutto africana, era difficile distinguere la nazionalità di chi combatteva o imbracciava un’arma. Le divise si cambiano e si gettano. Anche per evitare ritorsioni. Il fronte da queste parti è mobile. Cambia quasi ogni giorno. Ma stamane è arrivata una conferma autorevole: è stata l’Onu, attraverso i suoi portavoce, a riferire di aver raccolto prove sempre più convincenti sulla presenza, a fianco delle truppe dell’esercito regolare della Rdc, di soldati di Luanda e di Harare.

Alcuni militari angolani sono stati segnalati vicino al confine con il Ruanda, ma a un centinaio di chilometri da Goma, quindi nella parte più a nord del Kivu. La cosa non è stata confermata dalle autorità di Kigali impegnate a restare fuori dal conflitto, pur seguendo con molta apprensione quanto accade a due passi da casa. L’Angola è tradizionalmente legata al Congo. Per origini storiche, quando le sua parte settentrionale apparteneva al regno del Congo. Per affinità di interessi, visto che sono in molti a voler sfruttare l’enorme quantità di risorse minerali del paese. Ma l’arrivo sulla scena di consiglieri di altri eserciti è considerato, da molti osservatori, un segnale allarmante. Si rischia davvero di estendere il conflitto.

Il vertice di Nairobi non ha prodotto risultati rilevanti. E’ stato un incontro interlocutorio. Ma è servito a riassumere i nodi del contenzioso. Di fronte alle posizioni concilianti ma rigide sui torti e sulle ragioni dei diversi attori coinvolti nello scenario dei Grandi Laghi, al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon non è rimasto altro che chiedere un forte impegno internazionale. “Il conflitto in corso nel Nord del Kivu”, ha annunciato davanti ai giornalisti, “rischia di allargarsi e di incendiare tutta la regione. Ci sono 250 mila sfollati ridotti allo stremo che non hanno assistenza e soccorso. I continui scontri attorno e a nord di Goma impediscono il lavoro delle organizzazioni internazionali. Chiediamo di nuovo l’apertura di un corridoio umanitario e la creazione di isole che tutelino la popolazione civile”.

Le Nazioni unite accusano gli uomini del generale Laurent Nkunda del massacro di decine di civili. Alcuni caschi blu sono riusciti a raggiungere il villaggio di Kiwanja, 80 chilometri a nord di Goma, dove giovedì scorso c’era stata una furibonda battaglia. Conquistato dai ribelli del generale, il villaggio era stato poi attaccato dalle milizie dei Mai-Mai, da sempre nemici dei tutsi jomba, alla quale appartiene Nkunda e schierati al fianco dell’esercito congolese. I soldati dell’Onu hanno scoperto 11 fosse comuni con dentro 26 corpi, tra miliziani e civili. Il portavoce del Cnlp, Bertrand Bisimwa, non nega la circostanza. “Ci sono stati molti scontri, con armi anche pesanti. Abbiamo respinto l’assalto dei Mai-Mai e come sempre accade in questi frangenti la popolazione civile è rimasta tra due fuochi”. Ma Bisimwa smentisce, nel modo più categorico, come ritiene l’Onu, che ci sia stato un rastrellamento nel villaggio e un’esecuzione dei civili sospettati di parteggiare per i Mai-Mai.

Difficile distinguere, provare, denunciare in situazioni come queste. Le guerre, da sempre, sono tratteggiate da orrore, violazione di diritti umani, torture, soprusi, angherie. A pagarne il prezzo sono i civili. Il dramma riguarda loro. Donne, vecchi e bambini che resistono come possono, vagando di campo in campo, rifugiandosi spesso nelle foreste per sfuggire alle battaglie, svuotando i villaggi che vengono regolarmente saccheggiati e dati alle fiamme.

La forte presa di posizione del segretario generale dell’Onu è arrivata dopo una serie di colloqui bilaterali al vertice di Nairobi. Oltre a Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Sudafrica e Unione africana, erano presenti per la prima volta i due protagonisti della crisi: il presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo omologo della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila. I due non si parlano da due anni, da quando la ribellione del generale Nkunda, ex ufficiale dell’esercito della Rdc, si è allargata al nord del Kivu. Kabila, figlio di Laurent Desirè Kabila, un personaggio di spicco del movimento di liberazione degli anni Settanta, poi assassinato in un attentato a Kinshasa, accusa il Ruanda di appoggiare indirettamente i ribelli del Cndp. Cosa che Kigali nega recisamente, sostenendo che l’attuale conflitto è una questione interna al Congo.

All’origine della guerra, quasi ininterrotta dal 1996, c’è la presenza delle milizie hutu interhawne del Fdlr, il Fronte democratico di liberazione del Ruanda. Si tratta di decine di migliaia di rifugiati fuggiti in Congo dopo aver partecipato attivamente al genocidio in Ruanda di un milione di tutsi e moderati hutu. Sistemati in enormi tendopoli, lungo il confine est del Congo, hanno vissuto in condizioni difficili e precarie. La maggioranza era composta da civili. Gente che aveva paura delle ritorsioni per il solo fatto di essere hutu. Ma consapevoli che le milizie della loro stessa etnia, anche queste presenti nei campi di rifugiati, si erano macchiate di massacri spaventosi. Per un paio d’anni, gli interhawne si sono abbandonati ad altre violenze e si sono accaniti soprattutto nei confonti dei congolesi di etnia tutsi che vivono nel Kivu. Dopo anni di guerriglia sotterranea, il genarale Nkunda decide si mettersi alla testa dei cogolesi tutsi. Lascia l’esercito regolare e si rifugia nel Kivu. Il conflitto riprende con scontri sempre più violenti. Fino al 2007 quando, sotto l’egida dell’Onu, viene firmato un accordo: il Congo si impegna a disarmare tutte le milizie presenti sul posto (tra le quali i famigerati Mai-Mai, che ieri hanno rilasciato un giornalista belga preso in ostaggio per due giorni), il Ruanda a far rientrare la popolazione hutu fuggita.

Nel vertice di venerdì questo aspetto è stato riaffrontato e i due ministri degli esteri di Congo e Ruanda si sono rinfacciati le responsabilità del fallimento. Crescono le critiche anche nei confronti della Moduc, la missione Onu in Congo. E’ infuriata la popolazione locale che non si sente difesa, sono insofferenti gran parte degli Stati dei Grandi Laghi. “Si spendono miliardi di dollari, sono presenti 17 mila caschi blu”, ci diceva stamani il ministro dell’Informazione di Kigali, Louise Mushikiwabo. “E’ il più grande impegno delle Nazioni Unite. Eppure è stato fatto ben poco. Basta poco per spegnere l’incendio: bisogna applicare gli accordi di due anni fa. Disarmare tutte le milizie presenti nella regione, risolvere il problema del Fdlr, protagonisti del genocidio del 1994, rendere più trasparenti i contratti minerari per l’estrazione di materie prime”.

L’Onu ha intenzione di chiedere una modifica delle regole d’ingaggio dei caschi blu. Più interventi armati, maggiore libertà nelle reazioni. Ma vuole anche conservare la sua posizione equidistante e reagire solo nei casi estremi. Una posizione difficile. Quasi una trappola. Che ha portato alle dimissioni, appena due mesi dopo la nomina, del comandante spagnolo Vincente Diaz di Villegas. Al suo posto è stato chiamato un senegalese, il generale Babacar Gaye.

(8 novembre 2008)


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